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Marcello Pittella

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POTENZA – Meglio «azzerare tutto» e tornare al voto che andare avanti con «l’immobilismo coloniale» di questa amministrazione regionale. Anche per questo al Partito democratico della Basilicata serve un segretario «motivato e maturo» per smetterla col nuoto «in apnea» e costruire «un’alternativa» credibile.
E’ quanto afferma Marcello Pittella, consigliere regionale del Pd ed ex presidente della Regione.

Consigliere, a Roma, per far fronte alla pandemia in corso, il centrosinistra governa con la Lega e Forza Italia, oltre che col Movimento 5 stelle, mentre a Potenza i toni della dialettica politica paiono incattivirsi ogni giorno di più. Chi è che sta sbagliando?
«Beh, chi gestisce il tavolo ha sempre responsabilità maggiori. La verità è che in Basilicata non ci sono le condizioni per una dialettica politica sana. Non c’è maturità e neanche onestà intellettuale. Come centrosinistra, me per primo, abbiamo più volte teso la mano ma è stata accolta sempre con fastidio e prontamente respinta, preferendo inutili prove muscolari e mostrando – a mio giudizio – molta insicurezza nel governo delle dinamiche. E questo non riguarda solo la pandemia. E’ un atteggiamento generale sin dall’inizio. Le faccio un altro esempio recente. Su Total ho invocato la sospensione sin da subito. E’ sotto gli occhi di tutti dopo quanto tempo è arrivata e non per volontà della Regione, tra l’altro».

Crede davvero che la gestione dell’emergenza sanitaria da parte dell’amministrazione regionale sia stata così inadeguata da meritare un commissariamento?
«Assolutamente sì, e non l’ho mai nascosto, da bocciare su tutta la linea. Ricorda la sottovalutazione del covid e quasi la sua ridicolizzazione prima del lockdown dello scorso anno? E’ mancata poi l’organizzazione dei presidi sanitari; più volte é stato critico il rapporto tra Regione e sindaci e tra Regione e medici di base. Per non parlare della confusione nelle deliberazioni, i dati mal reperiti, e lo scarso coraggio nel prendere posizioni. Una fotografia impietosa della sufficienza ed altezzosa incapacità che sta sgretolando la nostra regione».

Anche tra lei e Vito Bardi le cortesie tra presidenti delle prime sedute in Consiglio regionale sono ormai un ricordo. L’ex candidato governatore del centrosinistra, Carlo Trerotola, venerdì ha chiesto elezioni anticipate. Non è che vi state già preparando a un voto prima della scadenza naturale della legislatura regionale, nel 2024?
«No, non ci stiamo preparando ma le dico con sincerità che sarebbe auspicabile azzerare tutto. Perché il tema vero è che questa maggioranza ha vinto le elezioni ma non se ne è accorta e non è capace di governare. Mancano i contenuti e manca la preparazione. Si va avanti a colpi di rinvii in consiglio regionale, a microgestione e a “daspo” verso coloro che provano a dire qualcosa di diverso. Di solito nei primi due anni si cerca di fare la differenza, di programmare. Un mandato passa in fretta. Loro non hanno fatto nulla se non creato un clima di guerriglia istituzionale e di preoccupazione sociale. L’immobilismo coloniale credo sia un dato ormai consolidato nell’opinione pubblica».

Stando così le cose, ha ancora senso commentare le linee programmatiche appena approvate dalla giunta regionale? Lei le ha lette? Che idea se n’è fatto?
«Ma certo che no. Che senso ha fare un compitino dopo due anni dall’avvio della legislatura e farlo anche male, senza indicare l’ancoraggio alla programmazione europea ed ai capitoli importanti, come il Recovery. Fa tanta rabbia l’assenza di un agenda per la Basilicata. E sfido anche i consiglieri di maggioranza a non sentirsi mortificati dal vuoto che si sta producendo».

Non salverebbe proprio nulla di quanto è stato fatto in Regione in questi due anni? Non c’è qualcosa per cui si sente di rendere merito a chi ha raccolto l’eredità dell’amministrazione di via Verrastro?
«Non salvo nulla perché nulla é stato fatto. Posso segnalare i pasticci, e posso segnalare i silenzi colpevoli su Matera2019, sul memorandum con le compagnie petrolifere che é scomparso, sulle Zes e così via. Si é distrutto anche il campo già coltivato. La sola operazione degna di nota, e di questo ne do atto, é aver ripreso il progetto della facoltà di Medicina a cui stavamo lavorando e di aver chiuso l’iter. Di questo, ne sono molto contento».

Ha fatto bene Nicola Zingaretti a dimettersi dalla segreteria del Partito democratico?
«Sì, la freneticitá degli ultimi tempi non gli avrebbe consentito un lavoro sereno. Zingaretti ha gestito una fase delicata e responsabilmente il suo passo indietro apre ad un nuovo corso».

Come valuta la nuova fase del Pd inaugurata con l’insediamento di Enrico Letta al Nazareno?
«Ne condivido la base programmatica, il piglio riformista che caratterizza il mio modo di vedere la politica. Spero non si incagli nelle logiche correntizie di un partito ampio e complesso come il nostro. A Letta va la fiducia e gli auguri di buon lavoro».

Pensa che suo fratello Gianni, da vice presidente del Pd in Senato, avrebbe dovuto opporsi con più forza all’avvicendamento ai vertici del gruppo chiesto da Letta assieme ad Andrea Marcucci e agli altri?
«Credo che uno dei tratti distintivi di Gianni sia sempre stata l’etica, accompagnata alla lealtà e ad una lucida lettura delle dinamiche politiche. Se il capogruppo fa un passo di lato, il vice deve fare lo stesso. Gianni riesce a far sentire il peso delle sue idee in ogni caso».

Il neo segretario ha dato indicazioni anche sull’accelerazione dei congressi regionali del partito laddove ci sono commissariamenti in corso come in Basilicata, dove da 2 anni manca un segretario eletto. Questo immagino che la conforti dato che è dal giorno dopo le dimissioni del “poi renziano” Mario Polese, che lei sollecita il congresso. O ha cambiato idea?
«Assolutamente. Ero e sono un convinto sostenitore del congresso. Non vedo a cosa serva questa apnea, mentre gli iscritti, la base mostrano voglia di ripartire e di tornare a parlare dei tanti temi che riguardano la nostra regione. Per cui, no. Non ho cambiato idea».

E’ vero che sta preparando una proposta per il nuovo Pd lucano centrata sull’esperienza di un gruppo di sindaci desiderosi di un maggiore protagonismo politico?
«Ma non é una novità che io riconosca ai sindaci un ruolo importante. L’ho fatto istituzionalmente da presidente e continuo a ritenere che siano portatori di esperienza, maturità e vicinanza al territorio. Questo in uno al resto».

Lei come vede il futuro segretario regionale dei democratici lucani?
«Motivato e maturo. Al prossimo segretario tocca insieme a tutti noi costruire un’alternativa e ci vorrà grande caparbietà e grande spirito. Il partito deve essere reinventato con regole nuove e piglio nuovo».

E’ ovvio che per prevalere, nel congresso regionale, occorrono convergenze tra sensibilità diverse. Poi ci sono alleanze praticamente necessarie per far fronte alle convergenze altrui, come quelle per cui a livello locale dovrebbe riprodursi lo schema di gioco tra i fedelissimi di Nicola Zingaretti, Andrea Orlando, Dario Franceschini e dello stesso Letta. Possiamo considerare archiviate, in questa dinamica congressuale, le tensioni che due anni orsono hanno animato il suo rapporto col senatore Salvatore Margiotta, all’epoca della scelta sulla sua ricandidatura a governatore?
«Ma io non ho problemi con alcuno, tanto meno con Salvatore. E il passato é passato. Il tema non sono i nomi ma l’approccio. Siamo in grado di averne uno nuovo? Io credo che sia un dovere per noi tutti o è meglio non cimentarsi neanche».

E passando dagli ex renziani ai renziani-renziani? Lei fino all’ultimo è stato incerto tra la permanenza nel Pd e il passaggio in Italia Viva. A gennaio è tornato indietro il deputato ed ex governatore Vito De Filippo e a giorni a Potenza dovrebbe fare altrettanto il più votato della liste dem alle comunali del 2019, Vincenzo Telesca. Quando si riaprirà il tesseramento proverà a recuperare qualcuno dei “dispersi” alla causa democratica?
«Spero che recupereremo quelli e molti di più».

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