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MENTRE l’incendio divampava, avviluppando i rifiuti in sovrabanco sul terzo e quarto settore della discarica comunale di La Martella, lo scorso 4 agosto, i primi ad intervenire hanno trovato la spiacevole sorpresa dell’estintore non funzionante nel terzo settore.


Un disservizio che ha certamente rallentato la necessaria e tempestiva opera di spegnimento, come sarebbe stato rilevato nel corso del sopralluogo tecnico, effettuato a fiamme spente. È molto grave che in un impianto chiuso per raggiunti limiti, e con una pesante procedura di infrazione europea, non si parta dalle basi per garantirne la sicurezza con un sistema antincendio pronto ed efficace.


Tanto più in presenza dell’estate più torrida degli ultimi 50 anni, e con il rischio concreto che i rifiuti in sovrabanco, di per sé pericolosi per la presenza di gas liberato e l’esposizione continua al sole, possano prendere fuoco, come in effetti è accaduto, se si esclude la matrice dolosa; e non è certo la prima volta in una discarica dismessa. In attesa di ricevere dai laboratori di Taranto il report sulle eventuali diossine depositate al suolo, al danno si è aggiunta anche la beffa, perché le ceneri dell’incendio spento, sono state coperte utilizzando per il 90% innocue terre inerti di cava e per il 10% materiale riportato derivante da macerie di demolizione.


In altri termini, per coprire e soffocare il fuoco si sono utilizzati rifiuti speciali, perché tali sono gli inerti di cantiere, che ora vanno caratterizzati (per capire cosa c’è), ed eventualmente bonificati. Un aggravio di spesa e di impegno per chi avrà l’onere di farlo, che si poteva certamente evitare, se solo si fosse coperto il fuoco interamente con materiale di cava. Ma, si sa, siamo in Italia, ovvero nel Paese dei paradossi.


Sul fronte dei danni all’impianto, il sopralluogo avrebbe verificato che il telo sotterranei di contenimento della massa di rifiuti, il cosiddetto Hdpe, non si è danneggiato provocando un eventuale percolamento, ma solo bruciato lungo le aree superficiali di rimbocco, che dovranno pertanto essere ripristinate. Un altro ripristino urgente, riguarda la recinzione del III e IV settore rotta sul lato nord-est per consentire l’opera di rapido spegnimento. Ci sono danni anche agli arginelli di contenimento delle acque di ruscellamento, lungo le scarpatelle, dove pure il telo risulta danneggiato, che vanno ripristinati insieme con il recupero delle acque utilizzate per spegnere le fiamme.
I tecnici hanno anche prescritto la necessità di garantire la presenza di un operatore h24, con mezzo idoneo a spegnere sul nascere altri eventuali focolai, insieme con l’installazione di presìdi anti incendio nei pressi dei settori III e IV. Tutti oneri per l’impresa affidataria. Intanto si è aperto un dibattito sulla necessità di rivedere, evidentemente al rialzo, il progetto di bonifica alla luce delle sopravvenute emergenze per l’incendio.

Pare che l’orientamento comune sia quello di non toccare il progetto di Invitalia, magari utilizzando economie di scala per ovviare ai danni delle fiamme, ed è verosimile pensare che i lavori di bonifica ordinaria possano riprendere al più presto, pur subendo un eventuale ritardo di circa 60 giorni.
Nel monitoraggio ambientale è subentrato anche il vicino Comune di Gravina in Puglia: «Per non lasciare dubbio alcuno sulle possibili conseguenze del rogo, abbiamo ottenuto che i tecnici dell’Arpa Puglia eseguissero una campagna di monitoraggio. -spiega ilsindaco Alesio Valente- Già nei giorni scorsi erano arrivate certezze in ordine alla salubrità dell’aria. Su nostra esplicita richiesta, però, sono stati effettuati anche controlli al suolo, con campionatura su 5 aree, individuate dall’Arpa sulla base di alcuni criteri tra cui l’analisi dei venti. Attendiamo ora i risultati precisando che, secondo i tecnici, il passaggio della nube nel nostro territorio avrebbe interessato particolarmente aree su cui insistono terreni seminativi e pertanto ciò non rende necessario, neppure in via precauzionale, imporre specifici obblighi o divieti».

Resta, infine, il nodo ambientale delle diossine, che risulta dirimente per l’eventuale utilizzo delle acque di falda, e soprattutto dei prodotti ortofrutticoli dell’area, che potrebbero essere stati contaminati.

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