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POTENZA – Mentre leggete queste righe, c’è una famiglia in Afghanistan che vive alla macchia: la richiesta di aiutarli – un vero grido – viene dalla Basilicata, dove si trovano i loro parenti. Sono loro a raccontare questo dramma.
Una vasta famiglia fatta di due fratelli e tre sorelle con rispettivi coniugi, figli e nipoti. Si spostano continuamente, cambiano città, vivono nelle grotte.
Sul collo sentono il fiato dei talebani.

Ai nostri occhi queste persone – chi impegnato in attività giornalistiche per raccontare la situazione della sua nazione, chi in programmi di cooperazione internazionale come attivista per la sicurezza e lo sviluppo dell’Afghanistan – hanno molti meriti. Agli occhi del regime fondamentalista che ha da poco ripreso controllo del Paese hanno invece diverse “colpe”. I parenti della Basilicata non hanno nome e cognome per espressa richiesta.


Nur Ahmad Nuri, marito di una delle sorelle, possedeva un canale televisivo: Afghanistan 24 Radio Tv Network, noto come Afg 24 Tv. Emittente che descriveva la realtà afghana in un modo sicuramente non gradito a chi vuole reimporre la propria visione del mondo.
Con lui lavoravano diversi parenti: ad esempio una donna impegnata come autista dei mezzi del canale, e poi altri come operatori di ripresa e vari altri ruoli. Su internet si trovano filmati realizzati da giornaliste, notizie di Afg 24 Tv che fino al fatidico ferragosto scorso – data del ritorno effettivo dei talebani al potere – parlano apertamente della resistenza agli attacchi militari delle forze talebane che ancora a luglio impensierivano ma non attanagliavano i cuori della popolazione: «Nessuno avrebbe mai immaginato, fino a tre settimane fa, che saremmo finiti così», dice uno dei familiari al telefono.


Poi ci sono altri parenti impegnati in attività altrettanto invise all’integralismo dei talebani: uno dei fratelli, Abdul Ghani Rahim, ha lavorato in ruoli importanti in progetti di sviluppo del Paese per Save the Children, per il programma di sminamento danese e per le Nazioni Unite; attività similari per il fratello minore Mohammad Hanif, «in qualità di interprete». Per ognuno di loro documenti che certificano l’impegno profuso, l’efficacia del lavoro svolto.
Ora quei lavori diventano, secondo i familiari che vivono oramai da molti anni in Basilicata, una condanna a morte: «E non solo per chi ha fatto il giornalista o ha collaborato con americani e inglesi – spiegano i consaguinei – ma per tutti i loro congiunti».


Si consideri che parliamo anche dei figli di questi cinque fratelli, alcuni di pochi anni di età, e in alcuni casi dei nipoti, fra cui bimbi di sei mesi. Immaginiamoci cosa voglia dire spostarsi furtivamente da una località all’altra, celandosi in rifugi di fortuna, portandosi dietro bambini che hanno bisogno di attenzioni, calore e comfort piuttosto che di notti all’addiaccio, con il terrore di incrociare una pattuglia di guardie, di essere fermati a un controllo.
«Chiunque fosse arrestato – afferma con certezza un familiare nella sua casa lucana – sarebbe torturato a morte perché riveli dove si trovano gli altri».
I parenti in Basilicata non riescono a parlare al cellulare con i fuggitivi. «Dove si trovano – ricordano – non c’è segnale. Abbiamo notizie solo grazie a comuni amici». Una rete di solidarietà umana che però espone altre persone allo stesso pericolo.


E quindi dalla terra lucana parte un appello alle autorità, sia nazionali che regionali: «I nostri familiari erano negli elenchi americani perché potessero lasciare l’Afghanistan ma non ci sono riusciti. Oramai il corridoio aereo Usa è stato chiuso. Noi però chiediamo che qualcuno in qualsiasi modo li faccia fuggire dal Paese, magari oltrepassando il confine o in altri modi. L’importante è che possano lasciare l’Afghanistan. Altrimenti non hanno scampo».

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