Il Centro olio dell'Eni a Viggiano

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Niente sconti nelle motivazioni dei giudici sull’arresto (in attesa di esecuzione) dei due dirigenti indagati, Gheller e Palma: «Disastro voluto cercando il profitto»

POTENZA – Per anni a Viggiano la dirigenza dell’Eni ha improntato «costantemente» la gestione del Centro olio alle «strategie aziendali di massimizzazione dei profitti, a fronte dei quali il danno all’ambiente era previsto, conosciuto e concretamente voluto in quanto alternativa fattuale alla riduzione dei volumi di produzione».
Sono conclusioni molto severe quelle del Tribunale del riesame di Potenza, che nei giorni scorsi ha depositato le motivazioni dell’ordinanza con cui a fine maggio ha disposto gli arresti domiciliari nei confroni di Ruggero Gheller, ex responsabile del Distretto meridionale dell’Eni, che ha sede proprio nella capitale petrolifera della Val d’Agri, e l’ex “operation manager” di stanza in Basilicata, Andrea Palma.
In oltre 100 pagine il presidente del collegio, Aldo Gubitosi, è tornato sulle accuse per cui da aprile era già finito ai domiciliari il successore di Gheller alla guida del Dime di Viggiano, Enrico Trovato, con l’accusa di disastro ambientale per la perdita di almeno 400 tonnellate di greggio dai serbatoi del Centro olio, scoperta in maniera fortuita a gennaio del 2017.
I giudici hanno accolto, in particolare, l’appello presentato dal pm Laura Triassi contro l’ordinanza del gip Ida Iura, che aveva respinto, in punto di diritto, una prima richiesta di arresto per Gheller e Palma, benché indiziati in maniera ancora più circostanziata del collega raggiunto dalla misura cautelare per quanto avvenuto ai serbatoi.
Secondo il Riesame, infatti, è senz’altro possibile la diversificazione delle accuse effettuata dalla Procura, dato che quando erano in servizio in Basilicata non era ancora previsto il reato di disastro ambientale – più grave – introdotto nel 2015 e contestato al solo Trovato (in carica tra 2014 e il 2017). Per questo sia a Gheller (in carica tra il 2011 e il 2014) che a Palma (in carica tra il 2011 e il 2013) non può essere contestato il reato di disastro ambientale, ma di disastro semplice (innominato in gergo tecnico, ndr) sì, diversamente da quanto sostenuto dal gip. Perché «non è ipotizzabile che la successione di norme di cui si discute – spiega il Riesame – abbia generato un’area di completa impunità, filtrata grazie alla sovrapposizione di discipline normative successive».
L’ordinanza di Gubitosi ripercorre tutti gli elementi raccolti dagli investigatori del Noe dei carabinieri dopo l’affioramento – casuale – nel depuratore delle acque piovane raccolte nell’area industriale di Viggiano del greggio che colava dal terreno sotto il Centro olio. Una scoperta provvidenziale, giusto poche settimane prima che i monitoraggi di emergenza attivati segnalassero la migrazione della contaminazione attraverso la falda nel torrente Fosso del lupo, a ridosso della strada statale, e da questo all’invaso del Pertusillo, due chilometri più a valle, che rifornisce di acqua potabile i rubinetti di circa 2 milioni di cittadini di Basilicata e Puglia e 35mila ettari di terreni agricoli a cavallo tra le due regioni.
Per il Riesame non v’è dubbio che, come sostiene il consulente del pm: «le continue perdite di greggio, protrattesi fin dal 2012 almeno, hanno prodotto un  nocumemto certo per la salute delle persone, data la elevata tossicità delle numerose sostante chimiche contenute nel petrolio». Ma è altrettanto evidente l’ «atteggiamento gravemente omissivo tenuto da entrambi gli indagati in occasione delle verifiche e delle manutenzioni eseguite sui serbatoi».
«Entrambi erano pienamente consapevoli dei danni, anche gravi, causati dalla corrosione e del rapido deterioramento del rivestimento protettivo, intressando in profondità anche le lamiere». Eppure «in presenza di dati oggettivi da cui poteva facilmente trarsi la elevata probabilità del verificarsi di perdite di greggio, anche consistenti, data “la presenza di plurimi” fori passanti», si sono concessi una «quasi totale inerzia (…) sintomatica di una volontà univocamente orientata a provocare un nocumento di vaste proporzioni all’ambiente, in una ottica di contrapposizione di interessi e di contenimento dei costi aziendali».
«Troppo intenso era lo stimolo criminogeno che traeva origine dal perseguimento della bieca strategia del contenimento dei costi, a scapito del sacrificio di beni primari quali l’integrità dell’ambiente e la salute delle persone». Aggiungono ancora i magistrati del Riesame. «L’interesse della società, cui era indirettamente collegato quello degli odierni indagati all’ottenimento di progressioni di carriera e forse a conseguire gratificazioni economiche, costituiva l’unico focus dell’agire professionale di Gheller e Palma».
I magistrati sottolineano come il problema della corrosione dei serbatoi fosse noto «dopo meno di dieci anni dalla installazione degli impianti di stoccaggio del greggio (1999)», e «sin dalle prime verifiche (novembre 2008), fu subito evidente che ampie zone del rivestimento interno erano state deteriorate da agenti corrosivi, peraltro non esattamente individuati neppure negli anni successivi». Inoltre proprio sotto la gestione Gheller-Palma si sarebbero verificate le prime perdite dai serbatoi, ma anche quando il Comitato regionale grandi rischi industriali chiede di aumentare la frequenza delle ispezioni, per cui serviva svuotarli rallentando la produzione, il capo del Dime avrebbe optato con «arroganza e astuzia» per «la strategia del “prendere tempo”». Il tutto nella «pervicace volontà di non impegnare risorse dell’Eni per lavori che avrebbero comportato anche un rallentamento o addirittura la sospensione della produzione, senza alcun ritorno economico per la società».
«Non riuscivano a smuovere le coscienze degli indagati – prosegue il Riesame – né la fuoriuscita di imprecisate quantità di greggio negli anni 2012/2013, né la scoperta in più occasioni di vasti fori passanti, sintomatici della intensità del processo corrosivo, le cui cause, pur valutate sommariamente, non venivano indagate con la necessaria decisione».
I giudici stigmatizzano anche il «fastidio» mostrato di fronte alle richieste di manutenzione avanzate da un tecnico dell’Istituto superiore di saldatura, che all’epoca venne chiamato ad esprimersi sulla situazione e di recente è stato sentito come persona informata sui fatti, e dall’ex responsabile della produzione del Centro olio, l’ingegnere piemontese Gianluca Griffa, che nel 2013 si è suicidato lasciando un memoriale (riemerso sempre casualmente nell’estate del 2017 dagli archivi della procura di Asti) in cui spiegava il suo gesto con i contrasti sulla gestione dell’impianto e l’isolamento con cui era stato ripagato dai vertici aziendali.
«Il totale disprezzo per il pubblico interesse alla salute e all’integrità dell’ambiente, l’adesione incondizionata a logiche aziendali perverse, cinicamente orientate verso l’accumulo di profitti ad ogni costo, la ricerca dell’approvazione del proprio operato in vista di progressioni di carriera, la sostituzione dei dipendenti “scomodi” come il Griffa, considerato una spina nel fianco o addirittura un elemento di disturbo del regolare svolgimento di pratiche industriali criminali – conclude il Riesame – sono tutti elementi sintomatici di una personalità profondamente deviata da stimoli delinquenziali prepotenti, non controllati, anzi coltivati per il raggiungimento di obiettivi economici, al cui cospetto diventava recessivo il-rispetto delle stesse regole che Eni si era imposta».
L’ordinanza del collegio di Potenza non sarà eseguita prima del decorso del termine concesso alle difese dei due dirigenti per proporre ricorso in Cassazione. Quindi andrà atteso il verdetto dei magistrati di Trastevere e solo allora, in caso di rigetto, scatteranno le misure cautelari.

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