Il centro olio Total "Tempa Rossa"

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Processo bis per ex vertici della compagnia e capo dell’ufficio tecnico comunale di Corleto, annullata l’assoluzione per la concussione sugli espropri per il Centro olio Tempa Rossa


POTENZA – Ci sarà un processo bis a Salerno sulle accuse di concussione per gli espropri necessari alla realizzazione del Centro olio Tempa Rossa (LEGGI LA POLEMICA SUL NUOVO ACCORDO) per gli ex vertici di Total e il responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Corleto Perticara.
Lo ha deciso la sesta sezione della Corte di cassazione, presieduta da Andrea Tronci, accogliendo i ricorsi presentati dal procuratore generale di Potenza e Antonio De Lorenzo, il proprietario che all’epoca, nel 2007, si era opposto all’offerta della compagnia petrolifera per l’acquisto dei suoi terreni.
Nelle motivazioni appena pubblicate la Cassazione ha evidenziato il carattere «non risolutivo» del «segmento della ricostruzione della vicenda» su cui l’anno scorso si sono concentrati i giudici di secondo grado. Di qui l’annullamento di quella assoluzione con rinvio a Salerno delle posizioni di due ex dirigenti locali della compagnia petrolifera, Roberto Francini e Roberto Pasi, (condannati a 7 anni di reclusione ciascuno in primo grado nel 2016), dell’ingegnere Roberto Giliberti (consulente di Total) e del dirigente dell’area tecnica del Comune di Corleto Perticara Michele Schiavello (condannati entrambi in primo grado a 5 anni ciascuno).
L’accusa nei loro confronti è di aver cercato di costringere i proprietari di alcuni dei terreni presi di mira dalla compagnia ad accettare una somma di poco superiore a 6 euro al metro quadro, considerata dagli investigatori «assolutamente fuori mercato». In caso contrario, infatti, la minaccia esplicita sarebbe stata quella di applicare una indennità di esproprio di soli 2 euro e 50 che, secondo l’accusa, era stata concordata tra i manager Total e il dirigente comunale.
Per i giudici della Corte d’appello, tuttavia, una sequenza di intercettazioni deporrebbe in senso contrario alla «sussistenza di un accordo fra i rappresentanti della Total e Schiavello nei termini descritti nella imputazione, rilevando che i primi esprimono insofferenza per l’inerzia dell’architetto Schiavello e del Comune e minacciano di recedere dalla convenzione stipulata con il Comune». Una convenzione, per intendersi, che prevedeva l’erogazione a Schiavello, rispetto al buon esito degli espropri, di «incentivi di progettazione», che soltanto l’anno scorso sono stati tacciati di illegittimità dalla sezione di controllo della Corte dei conti della Basilicata.
Di diverso avviso la Cassazione che, sulla scorta dei ricorsi della procura generale e di Di Lorenzo, ha censurato la sentenza di secondo grado, perché assumendo l’«erronea interpretazione delle intercettazioni richiamate nella sentenza di primo grado» non si sarebbe confrontata «in modo autonomo e specifico, con la prima sentenza nella sua interezza».
«Quel che la sentenza impugnata tralascia di considerare adeguatamente – prosegue la Cassazione – è che i brani che essa valorizza costituiscono solo una parte delle conversazioni intercettate e poste a base della sentenza che ha riformato. Ne deriva che è necessario un nuovo giudizio che esamini complessivamente le conversazioni intercettate e la loro collocazione temporale nello sviluppo della vicenda che ha dato origine alle imputazioni e che raffronti con i loro contenuti la argomentazione su cui la sentenza ha fondato la decisione assolutoria». «In particolare, nel caso in esame – insiste la Suprema corte -, una compiuta valutazione della vicenda non può prescindere dai plurimi elementi analiticamente indicati nel ricorso della procura generale e, invece, ignorati dalla Corte di appello, fra i quali, in primo luogo, il rinvenimento di una bozza delle relazioni di stima di Chiavello con le annotazioni che la sentenza di primo grado assume riconducibili all’avvocato consulente della Total».
La vicenda della «manovra capestro» sui proprietari dei terreni su cui nel 2007 la compagnia francese intendeva avviare la costruzione del nuovo Centro olio Tempa Rossa, è l’ultimo filone rimasto in piedi dell’inchiesta coordinata da Potenza dal pm Henry John Woodcock (poi trasferitosi a Napoli), che in quegli anni prese di mira il programma di estrazioni di petrolio e gas nella Valle del Sauro.
A febbraio dell’anno scorso, infatti, sono cadute in prescrizione le accuse di turbativa d’asta e corruzione in relazione all’appalto da 26 milioni di euro per le opere di preparazione del sito del Centro olio finita a un’associazione di imprese lucane.
L’esplosione dell’inchiesta, nel 2009, ha portato allo slittamento fino al giorno d’oggi dei lavori per la realizzazione del Centro olio e l’avvio della sua produzione. Basti pensare che soltanto questa mattina dovrebbe arrivare l’ultimo via libera necessario da parte della giunta regionale guidata dal governatore Vito Bardi.
In seguito al caso giudiziario, nel 2011, le compagnie petrolifere attive in Italia hanno ottenuto anche che la Commissione europea prendesse posizione a favore della “liberalizzazione” degli affidamenti delle commesse collegate alle loro attività. Per questo, da allora, pur essendo concessionarie di un bene pubblico, non devono più attenersi a criteri di evidenza pubblica nella scelta di quale azienda far lavorare nei loro cantieri.

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