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Il tribunale di Potenza

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POTENZA – Poco meno di 320 anni di carcere, e 825mila euro di multe, divisi tra 34 persone sparse tra Potenza, Avigliano, Pignola, Rionero e altre località di fuori regione.
E’ questa la richiesta avanzata ieri mattina dal pm Matteo Soave davanti al collegio del Tribunale del capoluogo presieduto da Rosario Baglioni, per i 35 imputati residui del processo Betlemmme – basilischi bis.
A oltre vent’anni dai fatti contestati, che risalgono fino al 1994, il pm ha preso atto delle sentenze con cui la Corte di cassazione ha bocciato la tesi sull’esistenza di una mafia tutta lucana. Ma non ha fatto sconti per le altre contestazioni su cui non si è ancora abbattuta la scure della prescrizione. Soprattutto l’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti.
La richiesta conclusiva è stata di 13 anni e 10 di reclusione per ognuno dei partecipanti ai due gruppi di spacciatori individuati: quello dei potentini, che sarebbero stati guidati da Antonio Cossidente (collaboratore di giustizia dal 2010), e quello degli aviglianesi che aveva come punto di riferimento il mattatoio gestito dai fratelli Summa.
Pene più leggere, invece, sono state proposte solo per gli imputati di singoli episodi di cessione di droga e i collaboratori di giustizia.
Subito dopo la discussione del pm sono iniziate le arringhe dei difensori che proseguiranno il 3 e il 15 giugno, quindi il 3 luglio. Anche se non è ancora chiaro se in questa data si andrà a sentenza o vi sarà un ulteriore rinvio.
L’inchiesta “betlemme” aveva preso di mira il tentativo degli ex basilischi di rilanciare le sue attività criminali, a partire dalle dichiarazioni di due pentiti della prima ora, Nazareno Santarsiero, e Salvatore Summa detto “Tummaseddu”.
All’allora pm antimafia Vincenzo Montemurro, in seguito trasferitosi a Salerno e solo di recente tornato a Potenza, “Tummaseddu” rivelò gerarchie, affiliazioni, e affari del gruppo, che sarebbe stato operante in provincia di Potenza, in particolare tra il capoluogo, Avigliano, e il melfitano, grazie all’alleanza stipulata con il clan Cassotta, ma alcuni traffici illeciti si sarebbero estesi fino a Firenze e la Lombardia.
Tra gli imputati spiccava il nome di un noto pregiudicato (ormai defunto) di Pagani, in provincia di Salerno, con un passato nella “vecchia guardia” camorrista del nocerino, che sarebbe stato in contatto con Cossidente.
A carico del gruppo aviglianese, invece, sarebbero emersi diversi furti: dodici gli episodi accertati. Le attività della zona sarebbero state prese di mira e depredate di denaro contante, ma a volte anche stecche di sigarette, bottiglie di liquori, carburante per le auto, e attrezzature varie, per cui di solito veniva chiesto un riscatto in denaro.

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