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POTENZA – Nessuna annotazione nei registri ufficiali dell’Asp, dove si sarebbe dovuto conteggiare ogni tampone effettuato. Ma soltanto degli appunti sulle schede di laboratorio con l’indicazione del nome del paziente “vip”, e in qualche caso nulla più. Né il medico che aveva richiesto l’effettuazione del tampone né le motivazioni alla base della richiesta.

E’ un circuito sanitario parallelo, praticamente clandestino, quello che va emergendo dall’inchiesta della procura di Potenza sulla gestione della prima fase dell’emergenza sanitaria in Basilicata. Quei giorni terribili, tra marzo e gli inizi di aprile, in cui mancava un po’ di tutto e sui tanto agognati tamponi per la diagnosi del covid 19 si è affermato il privilegio di alcuni a scapito degli altri. Come il compianto giornalista potentino Antonio Nicastro, che per primo ha denunciato quanto stava accadendo, e dopo giorni di abbandono a casa, senza cure, si è spento nella terapia intensiva del San Carlo.

Sulle scrivanie degli inquirenti e dei carabinieri dell’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri di Potenza, al comando del colonnello Domenico Delprete, infatti, sono finite proprio le schede del laboratorio di microbiologia del San Carlo, che a metà marzo era l’unico a processare i tamponi per la diagnosi del covid 19. Così si è scoperto che in quella interminabile settimana a metà marzo, che Nicastro ha trascorso in attesa di sapere se era stato contagiato o meno, sono stati pressappoco 140 i lucani sottoposti al test. Circa cinquanta in più della novantina che sarebbe stata registrata regolarmente dall’Asp. Con l’indicazione, in molti casi, dell’esigenza di accertare l’estensione dei primi focolai scoperti in regione, come a Moliterno e Rapolla.

Per questi cinquanta tamponi in più, pertanto, ci sarebbe stata soltanto l’indicazione del paziente e del medico che aveva effettuato il tampone per conto dell’Asp, anche se al di fuori della contabilità della stessa Asp. Senza l’indicazione del motivo alla base della decisione dell’effettuazione dell’esame. Nella metà di queste cinquanta schede acquisite dagli investigatori del San Carlo, però, non ci sarebbe stato nemmeno il nome di questo medico. Proprio quelle, caso strano, su cui comparirebbero i nomi di molti politici, dirigenti regionali eccetera.

Nell’inchiesta condotta dal procuratore capo Francesco Curcio e l’aggiunto Maurizio Cardea al momento risultano indagati in tre: Nicola Manno, medico del reparto di Igiene e sanità pubblico assistito da Leonardo Pace, seguito dal primario del reparto, Michele De Lisa, assistito dall’avvocato Sergio Lapenna, e il direttore sanitario dell’Azienda sanitaria di Potenza, Luigi D’Angola, assistito dall’avvocato Dino Donnoli. Per loro l’accusa è omissione di atti d’ufficio in relazione al ritardo con cui è stato effettuato il tampone al giornalista potentino Antonio Nicastro, deceduto agli inizi di aprile. Ma al solo D’Angola è contestato anche un falso in rapporto a quanto sostenuto nella relazione sull’accaduto fornita alla Regione sul fatto che Nicastro non avesse i requisiti richiesti per l’accesso al tampone. Mentre il solo Manno è accusato di aver omesso l’aggiornamento quotidiano sulle condizioni di Nicastro, dopo la sua presa in carico come paziente sospetto.

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