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Francesco Curcio

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POTENZA – La revoca della delega antimafia al pm Vincenzo Montemurro, agli inizi di settembre, sarebbe stata soltanto la «doverosa attuazione» delle delibere del Consiglio superiore della magistratura, «sul punto. E il ricorso al Tar del Lazio presentato nei confronti suoi, della Procura nazionale antimafia, del Consiglio superiore della magistratura, e del Ministero della giustizia: solo un esercizio «legittimo» delle ragioni che lo stesso Montemurro ritiene di avere.

È quanto ha dichiarato, ieri, il procuratore capo di Potenza, Francesco Curcio, sul caso raccontato dal Quotidiano del Sud (LEGGI). In una nota inviata al direttore dell’edizione lucana del Quotidiano, il procuratore, che guida anche la Direzione distrettuale antimafia lucana, ha voluto sottolineare proprio quest’aspetto.

Ovvero che alla base della revoca della delega affidata al suo pm a maggio dell’anno scorso vi sarebbero state disposizioni precise del Consiglio superiore della magistratura. Quindi ha sostenuto che l’accaduto non avrebbe «in alcun modo incrinato il clima di perfetta armonia all’interno dell’ufficio»: «tantomeno» tra lui e Montemurro. Aggiungendo che quest’ultimo: «continuerà a dare serenamente il proprio contributo all’ufficio, sia presso la sezione indagini ove attualmente presta servizio (la II Sezione), sia, eventualmente, di nuovo, presso la Direzione distrettuale antimafia se le sue ragioni dovessero essere accolte dal giudice amministrativo, avendo, (…) in modo del tutto legittimo e come gli riconosce l’ordinamento, ritenuto di fare valere le sue ragioni innanzi al Tar».

Un segnale di apertura, insomma, rispetto a un eventuale pronuncia dei giudici amministrativi della capitale favorevole al ricorso. Con un’ulteriore chiosa sull’inesistenza di un reale «clima di scontro e veleno» attorno alla vicenda. Intanto, a meno di una settimana dall’udienza fissata al Tar del Lazio per discutere della richiesta di sospensiva delle revoca avanzata da Montemurro, dal Consiglio superiore della magistratura è arrivato il via libera alla costituzione in giudizio.

L’organo di autogoverno delle toghe, però, ha dato mandato all’Avvocatura dello Stato di opporsi soltanto ad alcune delle questioni di legittimità sollevate dal pm che lo chiamano in causa direttamente. Ad esempio quando si sostiene, come peraltro ha continuato a fare anche ieri il procuratore, che la revoca della delega antimafia sia stata l’esecuzione di un atto vincolante dello stesso Csm.

Di qui la contestazione a entrambi, procuratore e Csm, di aver agito fuori tempo massimo, dato il tempo trascorso dal conferimento della delega, ad aprile del 2020, che le avrebbe conferito: «il crisma della stabilità e della definitività». Più una serie di vizi nelle motivazioni a sostegno della revoca, ancorate a una censura inflitta dallo stesso Csm a Montemurro nel 2017. Per la rivelazione a una conoscente della notizia di un’ipotesi d’accusa archiviata nei confronti di una terza persona, assieme a una contestazione disciplinare più recente, che risulterebbe ancora pendente.

«La norma non prevede che il Consiglio abbia il potere di revocare o di non adottare l’atto del Procuratore ma solo di tenerne conto in tutte le successive valutazioni sulla professionalità del dirigente». Questo il testo della delibera che conferisce mandato all’Avvocatura dello Stato per la costituzione in giudizio. «Sebbene, quindi, l’atto di indirizzo abbia un evidente valore giuridico, non pare sostenibile che il procuratore sia allo stesso vincolato».

Rispetto alle valutazioni sulla sanzione disciplinare inflitta a Montemurro nel 2017, poi, la delibera di costituzione in giudizio sostiene che il Csm si sarebbe limitato a «evidenziare la irragionevolezza» dei decreti con cui Curcio aveva inizialmente conferito al pm la delega antimafia, «laddove negavano rilevanza alla vicenda disciplinare». Per questo avrebbe solo «invitato» il procuratore, «nel rispetto della sua autonomia», a svolgere questo giudizio di rilevanza «in concreto».

Nessun «automatismo», in altri termini, tra la sanzione disciplinare e l’esercizio di funzioni particolarmente delicate quale è il coordinamento delle indagini in materia di criminalità organizzata. Questa la tesi che l’Avvocatura dello Stato dovrebbe sostenere al Tar il 1 dicembre. Di fatto scaricando la responsabilità per le eventuali lacune riscontrate all’interno del provvedimento di revoca sul procuratore lucano, che ne avrebbe fatto volentieri a meno. Non per niente aveva difeso a lungo e con forza il suo provvedimento iniziale.

Le rimostranze iniziali sull’assegnazione della delega Antimafia a Montemurro, che si era già occupato di contrasto ai clan in Basilicata prima del suo trasferimento a Salerno (dove ha prestato servizio dal 2007 al 2020), erano state formulate da un altro pm interessato all’incarico. Ad aprile del 2020.

A ottobre il procuratore di Potenza ha già pubblicato un nuovo interpello indirizzato ai magistrati in servizio al quarto piano del Palazzo di giustizia di via Nazario Sauro per individuare la figura più idonea per il coordinamento delle indagini contro la criminalità organizzata operante nel comprensorio del Tribunale di Lagonegro, a cavallo tra Basilicata e Campania. Mentre i pm Gerardo Salvia e Annagloria Piccininni restano in carica, rispettivamente, per le indagini antimafia nei comprensori di Potenza e Matera.

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