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Renato Martorano

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POTENZA – Il boss Renato Martorano e soci erano ben consapevoli delle indagini in corso nei loro confronti. Ma fin qui bastava l’intuito di chi sa come funzionano le cose, quando in una piccola città come Potenza torna qualcuno con un curriculum criminale di un certo tipo. A luglio del 2020, però, avrebbero ricevuto una soffiata molto più precisa. Sull’acquisizione dei video di una telecamera di sorveglianza vicina al punto in cui ci sarebbe stato un incontro con gli «amici» di Palazzo San Gervasio, per discutere dei loro traffici droga in comune. Come pure sulle sofisticate «microspie mobili» installate dalla Guardia di finanza in viale Dante, dove il boss era solito ricevere chi aveva bisogno di conferire con lui.

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Potrebbe aver goduto di complicità inimmaginabili il clan potentino preso di mira dagli inquirenti dell’Antimafia lucana, che lunedì scorso ha eseguito 39 misure cautelari nei confronti dei suoi vertici, componenti e fiancheggiatori.
E’ quello che emerge in alcuni dei passaggi più delicati degli atti a sostegno delle misure cautelari in questione, in cui l’inchiesta condotta dalla sezione anticrimine della squadra mobile si intreccia a un’altra inchiesta, ancora coperta da segreto istruttorio, condotta dalla Finanza. In particolare dal Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata di Potenza.

A rivelare la soffiata ricevuta dagli uomini del clan sulle «microspie mobili» della Finanza è stata un’altra microspia, tradizionale, piazzata dalla Polizia nell’auto di uno storico esponente del clan, Giambattista Pace. E’ qui infatti che un altro esponente della “vecchia guardia”, Giovanni Quaratino, gli avrebbe rivelato quanto detto da «un finanziere a un amico». Quindi si sarebbe raccomandato sull’adozione di tutta una serie di cautele.

«Ci arrestano un’altra volta se noi non facciamo queste cose (…) Questi stanno senza far niente, devono vedere a chi devono rompere i coglioni. O no?» Queste le parole attribuite a Quaratino, apparentemente uscito dai radar degli inquirenti da diverso tempo. Come lo stesso Pace.

Ed è sempre a Pace che Quaratino avrebbe rivelato, una decina di giorni dopo, delle «cose di ascolto» piazzate in viale Dante. Tutte circostanze confermate, in seguito, agli investigatori della squadra mobile, dagli omologhi delle Fiamme gialle. Mentre resta avvolta dal mistero l’origine della soffiata: se si sia trattato di uno sprovveduto, che si è lasciato scappare una parola di troppo; o di una vera e propria talpa agganciata dall’«amico».

Chiuso l’ “ufficio” di viale Dante, ad ogni modo, il boss Martorano avrebbe continuato a ricevere in un altro punto concordato con i suoi interlocutori, nella parte più nascosta del Parco di Montereale, a pochi passi dal centro storico del capoluogo e dalla sua abitazione.

Qui gli investigatori hanno monitorato diversi incontri con un colonnello del clan come Donato Lorusso, che prima di avvinarsi al boss avrebbe nascosto il telefonino lontano, in un cespuglio.

Ma anche con lo storico esponente di un gruppo rivale come Carmine Campanella, tornato in città dopo un lungo periodo di detenzione per i traffici di droga gestiti per conto del boss pentito dei “basilischi”, Antonio Cossidente.
Agli inizi di luglio 2020 gli agenti della squadra mobile hanno osservato con particolare attenzione un faccia a faccia tra Martorano, che oggi comparirà di fronte al gipo Lucio Setola per l’interrogatorio di garanzia, e Campanella, che in passato è stato anche imputato per l’omicidio, nel 1997, di Giuseppe Gianfredi e della moglie.

«Carmine Campanella – scrivono i pm Antimafia – temendo possibili azioni di ritorsione per il suo “coinvolgimento” nell`azione omicidiaria ai danni del Giuseppe Gianfredi, uno dei più stretti sodali del Renato Martorano all’epoca dei fatti, non esitava dopo aver controllato personalmente l’area interessata a farsi “sorvegliare” da tale – omissis- che giunto sul posto con funzioni di “testimone oculare”, si nascondeva nella vegetazione presente, limitandosi ad osservare l’incontro».

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