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Renato Martorano

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POTENZA – Durante la carcerazione a Livorno, dopo gli arresti della maxi inchiesta Iena 2 scattati a novembre 2004, il boss potentino Renato Martorano avrebbe meditato di uccidere un pm del capoluogo lucano, che lo «perseguitava».

C’è anche questo tra le rivelazioni all’Antimafia lucana del boss di cosa nostra catanese, Carmelo Navarria, diventato collaboratore di giustizia nel 2017.

Le parole di Navarria, che ha condiviso con Martorano un lungo periodo di detenzione a Livorno, sono tra gli elementi più forti alla base dell’accusa di associazione mafiosa che è al centro dell’inchiesta della sezione anticrimine della squadra mobile di Potenza, ribattezzata Lucania felix.

E’ proprio sulla scorta di queste, infatti, che gli inquirenti intendono dimostrare il riconoscimento ottenuto dal clan Martorano al cospetto di altre ben più note organizzazioni criminali.

L’omicidio del pm, ad esempio, sarebbe stato un progetto che il boss potentino non avrebbe avuto intenzione di portare a termine da solo. «Disse – è scritto nel verbale con le parole di Navarria – che avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione ai Pesce di Rosarno o comunque fare una riunione con i Pesce, per poter procedere in tal senso. Lui infatti faceva parte del sistema della ‘ndrangheta».

Quale sarebbe stato il pm preso di mira da Martorano non viene evidenziato nell’ordinanza di misure cautelari, a firma del gip Lucio Setola, eseguita il 29 novembre nei confronti del boss e di altre 38 persone tra Potenza, Vaglio, Palazzo San Gervasio, Baragiano, Forenza e Cutro, in provincia di Crotone. All’epoca in cui è ambientato il racconto, tuttavia, erano principalmente due i pm potentini che avevano preso di mira il clan Martorano: Henry John Woodcock, poi trasferitosi a Napoli; e Vincenzo Montemurro, rientrato di recente nel capoluogo lucano dopo quasi 12 anni di servizio a Salerno.

Lo stesso Montemurro che da tempo, ormai, vive sotto scorta per il progetto di un agguato a colpi di bazooka che sarebbe stato in preparazione da parte di un altro clan lucano, peraltro contrapposto agli amici di Martorano e soci, che è quello dei melfitani Cassotta. Stesso pm che durante il dibattimento del processo di primo grado al presunto clan basilischi, poi derubricato a semplice associazione a delinquere, dovette difendersi anche dall’aggressione di un detenuto divincolatosi con una scusa.

Sulle dichiarazioni di Navarria, e in generale l’esistenza di una vera e propria associazione mafiosa in capo a Martorano e il suo alter ego, Dorino Stefanutti, dovrà esprimersi nei prossimi giorni il collegio del Tribunale del riesame, presieduto da Aldo Gubitosi.

Ieri mattina, infatti, sono iniziate le discussioni dei ricorsi per l’annullamento delle misure cautelari eseguite il 29 novembre. In particolare quelli di Carlo Troia, assistito dagli avvocati Gianluca Nolé e Antonio Uricchio, Rocco Benedetto, Antonio Masotti e Valentino Scalese, assistiti da Gianluca Nolé, Marco Triumbari, assistito da Antonietta Martino e Salvatore Laguardia, Umberto Lo PIano, assistito da Massimo Molinari, Salvatore Santoro, assistito da Stefania Fiore, e Federico Orlando, assisito da Vincenzo Falotico.

Per tutti loro la decisione è attesa per i primi giorni della prossima settimana.
Sempre la prossima settimana, quindi, verranno discussi i ricorsi presentati da tutti gli altri indagati. Inclusi Martorano e Stefanutti.

In totale gli indagati nell’inchiesta “Lucania Felix”, sottoposti a misura e a piede libero, sono almeno una novantina, per reati che vanno dall’associazione per delinquere di stampo mafioso, all’associazione finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, passando per numerosi «delitti scopo», anche aggravati dall’agevolazione e dal metodo mafioso. In particolare estorsioni, detenzione e porto illegale di armi da fuoco, danneggiamento seguito da incendio ed altro.

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