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Antonio "Astronik" Nicastro

Tempo di lettura 3 Minuti

di ANGELOMAURO CALZA

MAH… e si ostinano a chiamarti “blogger”… ormai, Antò, sei come una sorta di versione potentina di Terence Hill, che continuavano a chiamarlo Trinità… Nulla contro i blogger, sia chiaro, ma pane al pane e vino al vino. Certi mica lo ammettono che Antonio Nicastro, alias Astronik, era giornalista certificato e in piena regola, e giornalista vero, che le notizie, le magagne, se le andava a scovare lui, mica gli arrivavano veline da trattare seduto alla scrivania.

Con il TiGiuro e soprattutto con Controsenso tu ci andavi a nozze: solo loro ospitavano i tuoi scritti e i tuoi servizi. Perchè tu, Antonio caro, eri una persona talmente perbene (ha detto bene Zio Vito nel video in cui gli amici ti ricordano) che non aveva nemici, ma come giornalista eri scomodo. Assai. E in questa regione i giornalisti scomodi… sò scomodi assai! Altrimenti, se non lo sono, sò servi di qualcuno. Il tuo impegno nel sociale era in certo qual modo diventato stile di vita non solo da assecondare, ma da mutuare. Di giorno. Di sera, consentimi che ci scherzi su, dai, eravamo una solida compagnia di “collaudatori” di pizze da Sole e Luna di Claudio, passione comune, condivisa con me, O’ Scassambrell’, Germano il meteorologo, Mario il vignettista, e a volte Gianpiero il narratore. Insieme, nonostante i nostri anni, sembravamo la replica delle tante compagnie goliardiche che cazzeggiano soprattutto in Toscana, divertendosi in maniera genuina. Come? No, no…. non l’ho scordato che a prima mattina pure facevate strage di panini con la mortadella… ma tanto i valori delle analisi confortavano, potevamo continuare. Con moderazione, ma potevamo.

E le telefonate? Quante ne facevamo ogni giorno? “Compà t’aggia dì nu fatt’!” esordivi. E via a storie e considerazioni, a pettegolezzi e risate, fino a fissare l’ennesimo appuntamento di collaudo di una nuova pizza. Ma lo sai che in questo anno spesso, appena venuto a conoscenza di qualcosa di particolarmente interessante mi è venuto istintivo prendere il telefono per chiamarti? Poi mi ricordavo che non potevi rispondere più… E quante volte mi sono riletto quel tuo breve messaggio su whatsapp, quando nessuno ti dava retta quando chiedevi un tampone, una visita, un aiuto? “Li ammazzerò tutti!” “Stì disgraziati! più di due settimane per avere le cure” mi scrivesti. Tu? Ma a chi volevi ammazzare tu? …mavalupigliaaNapuli, compà! Manco le formiche nel tuo orto calpestavi, figurati se ammazzavi qualcuno! Piuttosto lo avresti immediatamente cazziato e poi perdonato, questo sicuramente.

Però Antò… quello che più non riesco a leggere è stato il mio whatsapp del 23 marzo scorso, quando eri ricoverato finalmente: “Antò, come ti senti?” Erano le 12:02 e tu non rispondevi: “Compà nun me fa preoccupà!” “Che ti hanno detto?” Niente! Guardavo di continuo lo schermo in attesa di una tua risposta, ma alle mie domande non c’era manco la spunta azzurra, non avevi letto! … Ecco, da quelle 12:02 non ho più ricevuto risposta, ti avevano trasferito in rianimazione. Non riesco ancora oggi a immaginare un mio messaggio a te senza risposta! Mai accaduto! Anzi, di solito al mio messaggio corrispondeva una immediata tua telefonata: “Ch’è succiess’, compà?” E quanti regali ci siamo fatti, senza motivo, senza una occasione particolare? Quanti ne hai fatti anche ad altri amici? E i tuoi Sant’Antonio mangerecci nel gazebo del tuo giardino? Con “arrostimento collettivo e abbondante” compreso? Ora, a un anno di distanza da quando hai chiuso gli occhi, ancora pensiamo tutti che stai dormendo, tu che alle 6 di mattina eri già alla tastiera a scovare, sputtanare e denunciare, finalmente hai trovato il tempo di riposare, lasciandoci tutti a pensare, a pensarti, a tentare di essere come te almeno un poco poco. Ci vediamo, Antò, tu forse saprai pure quando, ma tranquillo che quando sarà sarai il primo che ci verrà incontro, lo sappiamo. E ci dirai subito cosa c’è che va e cosa non va. Un amico è per sempre, immortale ed eterno.

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