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Antonio Nicastro

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POTENZA – «Soggetti asintomatici e talvolta anche privi di link epidemiologici, che in forza delle circolari ministeriali e delle loro stesse direttive non avrebbero dovuto essere sottoposti all’esame diagnostico, e certamente non dovevano essere anteposti a casi sospetti con criteri clinici indubbiamente evidenti e persistenti».

Vengono definiti così i “vip” lucani che a metà marzo, nella fase calda dell’emergenza covid, hanno saltato la fila per l’accesso ai tamponi diagnostici. Mentre altri, come il noto giornalista potentino Antonio Nicastro, continuavano a disperarsi a casa, vedendo diminuire di ora in ora le loro possibilità di guarigione.

E’ un’amara verità quella che emerge dagli atti dell’inchiesta condotta dai militari della sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri, che mercoledì hanno fatto irruzione a casa e negli uffici del direttore sanitario dell’Azienda sanitaria di Potenza, Luigi D’Angola, e di due medici del reparto di Igiene e sanità pubblica della stessa Asp: Michele De Lisa, il primario, e Nicola Manno.

Nelle mani dei pm titolari dell’inchiesta, il procuratore capo di Potenza, Francesco Curcio, e il procuratore aggiunto Maurizio Cardea, ci sarebbe anche una lista dei presunti raccomandati che «dal giorno 17 marzo 2020 e nei giorni successivi» sarebbero stati sottoposti all’agognato tampone. Proprio il 17 marzo, infatti,

ll’attenzione di D’Angola e De Lisa sarebbe arrivato un secondo sollecito sulle condizioni di Nicastro da parte di Manno, dopo quello di 4 giorni prima del suo medico di base. Ma stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, inizialmente, il test per il giornalista sarebbe stato fissato soltanto per il 23 marzo. Ed è stato merito della denuncia pubblica di quanto stava avvenendo, e delle «sollecitazioni» rivolte a D’Angola e De lisa dal capo del dipartimento Salute della Regione, Ernesto Esposito, se è stato anticipato al 19. Troppo tardi, comunque, per invertire il decorso di una malattia che a distanza di 48 ore l’avrebbe costretto al ricovero quasi diretto nella terapia intensiva del San Carlo, dove è morto il 2 aprile.

I tre medici indagati per omissione d’atti d’ufficio (per D’Angola è ipotizzato anche un falso in rapporto a quanto sostenuto nella relazione sull’accaduto fornita alla Regione sul fatto che Nicastro non avesse i requisiti richiesti per l’accesso al tampone) verranno interrogati lunedì dai pm.

Non è escluso, quindi, che già in quella sede gli inquirenti chiedano loro conto di eventuali ulteriori «sollecitazioni», e dei tamponi effettuati «seguendo il solo criterio epidemiologico», vale a dire gli eventuali contatti con pazienti positivi al covid, a chi non ne avrebbe avuto realmente bisogno. «Con ciò gravando ingiustificatamente – sostengono i magistrati – sulle componenti sanitarie preposte al prelievo e all’analisi dei tamponi, e sulla scarsità di mezzi a disposizione». Ma anche contribuendo «a pregiudicare una rapida esecuzione degli accertamenti diagnostici che avrebbero potuto evidenziare la patologia da cui era affetto» Nicastro, «e conseguente garantire l’integrità fisica dell’ammalato».

«Il dottor D’Angola parlerà e chiarirà minuziosamente le circostanze che gli sono contestate». Così l’avvocato Dino Donnoli, che assiste il direttore sanitario dell’Asp, contattato al telefono dal Quotidiano del Sud.

Il fascicolo sul ritardo con cui Nicastro è stato sottoposto al tampone risulta stralciato, agli inizi di luglio, da un’inchiesta più ampia sull’accaduto, e in generale la gestione dell’emergenza covid in Basilicata, che anche ieri ha fatto registrare zero nuovi contagi, col numero dei pazienti tuttora positivi fermo a 5.

Al vaglio degli inquirenti ci sono già, ad esempio, una serie di accertamenti effettuati dalla Squadra mobile di Potenza sul mancato ricovero di Nicastro, il 13 marzo, quando venne rimandato a casa dal pronto soccorso del San Carlo.

Un altro fascicolo d’indagine risulta aperto, poi, a Matera, dove l’obiettivo è far luce sul percorso seguito dal covid 19 fino al quarto piano del polo riabilitativo Don Gnocchi di Tricarico, dove il focolaio più importante scoperto finora in Basilicata ha mietuto 3 vittime, contagiando in totale 40 persone tra pazienti, sanitari e parenti di questi ultimi.

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