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Giuseppe Zamberletti (al centro, con l'abito blu e l'impermeabile) durante una visita in Basilicata da Commissario all'emergenza post-terremoto 1980

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Fossero esistite nel 1980 le word cloud, immagini in forma di nuvola composte da parole con cui oggi si esprimono graficamente quelle più ricorrenti in un certo periodo o ambito (le più grandi sono le più frequenti), una delle parole più evidenti sarebbe stata “Zamberletti”. Il nome di Giuseppe Zamberletti, all’epoca, era entrato nell’immaginario collettivo. La voce e il volto del Commissario straordinario, incaricato dal governo di coordinare la cosiddetta “macchina dei soccorsi”, fu una presenza quotidiana (e più volte al giorno) in radio, tv e giornali. Ideatore della prima, vera Protezione civile, fu intervistato dal Quotidiano del Sud nel novembre 2017, a ridosso della sua visita a Pescopagano per una commemorazione del terremoto e poco più di un anno prima di morire nella sua Varese, dopo una vita sempre al comando. Ecco quello che disse nel testo originario.


POTENZA – In quei giorni – i giorni del terremoto che prostrò Basilicata e Irpinia nel 1980 – la mattina tutti ascoltavano la radiolina a transistor. E di mattina – appena svegli con le membra intorpidite dal sonno in automobile, o le ossa gelate nelle tende, o i polmoni saturi dell’aria viziata, dieci in una stanza dal parente con la casa più solida – i primi radiogiornali riportavano tutti un nome che vagolava nell’etere: “l’onorevole Zamberletti”. Quel nome e quel titolo onorifico – così allitteranti – si sono depositati nella memoria dei singoli e nell’immaginario collettivo.

A Pescopagano nel 2017 portò il ricordo dei giorni del sisma che distrusse tutto: solidarietà, impegno dei sindaci e volontà di rimanere nei propri luoghi

Giuseppe Zamberletti, allora Commissario designato dal governo (e poi targato per anni dall’incarico di Commissario straordinario) all’emergenza terremoto, poi ministro, oggi sarà di nuovo in Basilicata.

La data del 23 novembre riporta a galla ricordi tristi ma anche vitali, della tristezza del lutto e della vitalità del comune sentire che strinse tutti i lucani in una gara di solidarietà e affetto.

Zamberletti sarà per tutto il pomeriggio e la serata a Pescopagano. Ricorderà le vittime del sisma, commemorandole con l’intera comunità alle 19.34, ora d’inizio della lunghissima scossa tellurica.

«All’epoca definii la regione Svizzera del Sud. Bucaletto avrebbe dovuto essere demolito subito dopo l’emergenza. Se si è riusciti a ripartire lo si deve alla volontà della gente»

Ma è ovvio che molti attendano da lui il racconto di quei giorni, di quel periodo terribile e memorabile in cui molti scoprirono aspetti inaspettati degli altri e di sé.
Zamberletti accetta di rispondere a qualche domanda, telefonicamente, dalla sede dell’Igi, l’Istituto grandi strutture, che a 83 anni ancora presiede. La voce è quella che tutti ricordiamo da quei giorni di radioline a transistor.

Quale fu il suo rapporto con la Basilicata all’epoca?
«Davvero molto buono. Ricordo che Emilio Colombo mi telefonò commosso perché avevo pubblicamente definito la Basilicata “Svizzera del sud”».

Come mai?
«Mi avevano colpito molto l’efficienza degli amministratori, la serietà dei sindaci, il loro impegno nelle attività che seguirono i primi momenti dell’emergenza, la loro vicinanza alla popolazione. Io dissi semplicemente quello che pensavo. La Basilicata mi è insomma rimasta piacevolmente nel ricordo».

C’è qualche fatto in particolare che le è rimasto dentro?
«Rammento proprio di Pescopagano: un reparto di Alpini lo aveva scelto per stabilirsi e aiutare la popolazione, montare tende, poi le roulotte e infine i prefabbricati. Era un ambiente di grande concordia, mi è rimasto nel cuore».

Ha mantenuto contatti con esponenti politici o amministratori lucani?
«Sì, assolutamente. A cominciare da Gaetano Fierro, all’epoca sindaco di Potenza. Ricordo come si era impuntato per far costruire il villaggio di Bucaletto. Certo, adesso qualche servizio televisivo lo mostra in condizioni non ottimali. Lo hanno utilizzato per farci andare le giovani coppie, per chi non voleva pagare un affitto vero. Insomma, ne hanno fatto un vero quartiere della città».

E invece?
«Era meglio demolirlo piuttosto che utilizzarlo in questo modo aberrante. Ma capisco il sindaco che pensava di poterlo usare per rivolvere i problemi abitativi della città».

Pensa sia andata a buon fine la ricostruzione post-sisma?
«Devo dire che è stata realizzata. Ma non solo: penso a Balvano, al fatto che vi sia stato costruito un insediamento industriale molto buono (il riferimento è alla Ferrero, ndr). La sensazione è che quella vicenda sia oramai alle spalle. Di sindaci di allora ancora in vita non ce ne sono più tanti, ma ne incontro ancora e fa sempre molto piacere».

E come giudica la gestione delle emergenze venute dopo l’ 80?
«L’emergenza del sisma ‘80 fu gestita dai sindaci seguendo il modello del Friuli, con la stessa efficacia. Dopo, grazie al cielo, non c’è stata nessun’altra catastrofe come quella. Quello fu il terremoto più devastante del Dopoguerra, di dimensioni incredibili. Certo, anche una sola vittima è un fatto gravissimo, ma i terremoti venuti dopo sono stati di dimensioni e area più ridotti. Non è facile fare paragoni. Per i sismi dell’Aquila e del Centro Italia c’è stato un certo arretramento delle popolazioni sulla costiera adriatica».

E qui?
«In Campania e Basilicata non è stato lasciato il proprio paese. Era un periodo in cui potevamo mandare e collocare tantissime roulotte (dicemmo ovviamente no all’idea delle tende: d’inverno diventa un incubo). La gente si è riparata lì, poi è entrata nei prefabbricati e così si è evitato lo spopolamento dei paesi. È stata proprio una caratteristica di quella ricostruzione: la gente è rimasta nel proprio luogo, pur se era stata offerta la possibilità di andare altrove».

Lo slogan della sua Protezione civile era infatti “Dov’era e com’era”. Ma vedendo le immagini dei paesi ridotti in polvere, in Centro Italia, lei ha pensato che si potesse ricostruire dov’era e com’era?
«Certo. Le immagini del Friuli erano simili, il territorio colpito era spappolato. Eppure sono riusciti a usare le stesse pietre nella stessa posizione. Anche in Basilicata è stato così. Anche a Sant’Angelo, dove andrò, la situazione era terribile. Ed erano zone dell’Appennino anche più aspre. Sembrava impossibile. Eppure è stato fatto».

Lei ha inventato la Protezione civile: a chi si ispirò?
«Al dialogo con gli amministratori locali. In Friuli all’inizio non volevano i prefabbricati, girava lo slogan “Dalla tenda alla casa” perché, essendo una popolazione laboriosa e capace, pensavano di fare in pochissimo tempo. Guardando al Belice si temevano soluzioni disastrose. Per fortuna hanno capito che un inverno in tenda non si poteva proprio affrontare e che la ricostruzione non si poteva realizzare in poco tempo. Si puntò dunque sui container. I sindaci furono importanti. Per loro creammo uffici speciali che aiutavano i piccoli comuni, nei quali magari c’era un solo geometra inesperto, ad affrontare tutto l’iter del caso».

La Protezione civile è diventata ciò che lei sperava?
«Sì, devo dire di sì. Sono molto soddisfatto: anche per l’ultimo terremoto la macchina dell’intervento ha funzionato seguendo l’impostazione che avevamo dato».

Insomma, ci fu lungimiranza.
«Dopo quarant’anni si vede che – non solo io ma noi tutti insieme – fummo lungimiranti».

Gli Stati Uniti, nel 2005, fecero una brutta figura internazionale, incapaci di affrontare l’emergenza dell’uragano Katrina.
«Tanto è vero che subito dopo misero mano al loro sistema per rinnovarlo. Ma anche qui in Italia, prima che nascesse la Protezione civile, il meccanismo non era per nulla buono. Basti ricordare la polemica di Pertini (Sandro, amatissimo Presidente della Repubblica, ndr), contro il fatto che il commissario veniva nominato a terremoto avvenuto. Quelle 24-48 ore di tempo perse pesavano enormemente sul numero di vittime e sulle dimensioni della tragedia».

Una volta tanto l’Italia diventa un modello.
«Sì. Tanto è vero che l’Unione europea sta congegnando un meccanismo comunitario di protezione civile. E la norma è ispirata al sistema italiano».

Cosa verrà a dire domani a Pescopagano?
«Porto sempre con me il ricordo dei lucani, della loro efficienza, della loro capacità, della loro tenacia. Se quest’area molto difficile è riuscita a ripartire dopo quella tragedia, ciò è legato essenzialmente alla forte volontà della gente».

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