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POTENZA – Quattro ditte sequestrate, due a Viggiano (Covitec srl e Volverin Romagna srl), una a Policoro (Papa srl) e una Montalbano Jonico (Savi Lift srl. Più il preliminare di vendita di un terreno, sempre a Viggiano, e beni per poco meno di 80mila euro. Tre lucani agli arresti, anche se in due vivono lontano da anni, e un altro ancora, sempre domiciliato fuori regione, sottoposto all’obbligo di firma.

E’ questo il bilancio dell’incursione in Basilicata dei militari della Guardia di Finanza di Rimini che ieri hanno eseguito, in tutta Italia, 80 perquisizioni e un’ordinanza, emessa dal gip di Bologna, che ha disposto complessivamente, oltre ai sequestri, misure cautelari nei confronti di 9 persone (5 in carcere, 3 agli arresti domiciliari e un obbligo di dimora) per i reati di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio, intestazione fittizia di beni, turbativa d’asta, corruzione, emissione ed utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti. L’operazione anticamorra ribattezzata “Darknet”, è stata illustrata ieri mattina in conferenza stampa a Rimini, dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna, per cui è stata «disarticolata un’associazione criminale di matrice camorristica, con base nella Bassa Romagna, a Cattolica, ma con ramificazioni e interessi economici anche in altre province (Avellino, Napoli, Salerno, Potenza, Matera, Pesaro-Urbino, Forlì-Cesena, Parma, Torino e Milano)».

Associazione che avrebbe avuto al vertice personaggi legati al clan dei Sarno e dei Casalesi, rispettivamente egemoni sul quartiere Ponticelli di Napoli e nell’Agro Aversano, nel casertano. Al vertice della struttura ci sarebbero stati il napoletano Giovanni Iorio (finito in carcere), pluripregiudicato, sorvegliato speciale e cognato di Vincenzo Sarno, capo dell’omonimo clan napoletano e oggi collaboratore di giustizia; e Luigi Saverio Raucci (finito a sua volta in carcere), nato a Viggiano nel 1978 e attualmente domiciliato a Cattolica, pluripregiudicato, gravato da quattro condanne definitive per reati contro la persona e in materia di armi.

Raucci è il genero del pluripregiudicato Enrico Zupo, nato a Napoli ma tuttora residente a Viggiano, nonché cugino di Iorio, e Antonio De Martino (anche lui in carcere), volto “pulito” dell’associazione, che gestiva le società di impiantistica industriale, di cui Iorio e Raucci erano «soci occulti ed effettivi dominus». Accanto a loro sono stati individuati altri due livelli. Il primo sarebbe stato costituito da coloro che «avrebbero posto consapevolmente la propria attività al servizio del sodalizio», vale a dire Salvatore Zupo, che risulta domiciliato a Marsicovetere, e Francesco Cercola (entrambi in carcere). Più Pasquale Coppola e la lucana Tania Ginefra, nata a Marsicovetere ma residente in provincia di Rimini (entrambi ai domiciliari)». Nel secondo livello, invece, andrebbero fatte rientrare oltre 30 persone «che si sarebbero prestate nell’attività illecita, specie di interposizione fittizia, ma dei quali non vi è certezza della partecipazione al sodalizio criminale, trattandosi di persone reclutate all’occorrenza per ragioni di parentela o vicinanza con i singoli indagati». Come nel caso di un altro lucano residente fuori regione, Gennaro Stapane di Montalbano Jonico (destinatario di obbligo di dimora).

Tra gli altri componenti di questo secondo livello, indagati a piede libero, spicca in particolare un dipendente del Comune di Viggiano, Rocco Conte, accusato di essere stato un socio e amministratore di fatto delle società Covitec e Savi lift. Ma l’elenco dei lucani indagati prosegue con un altro viggianese, Michele Di Giuseppe, Michela Lotesto di Spinoso, Laura Di Sario di Marsicovetere (residente in provincia di Salerno), Antonio Giovinazzi e Giovanni Pierro di Montalbano Jonico. Infine c’è Alfredo Zupo, nato a Napoli ma domiciliato a Marsicovetere. L’organizzazione, stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, era riuscita, in breve tempo, a «infiltrarsi nell’economia legale (…) controllando diverse attività economiche e drenando risorse mediante fatturazioni per operazioni inesistenti; ad asservire la funzione pubblica di due incaricati di pubblico servizio agli scopi dell’organizzazione criminale per l’acquisizione illegale di appalti pubblici». Ancora, «a reinvestire e auto-riciclare in attività imprenditoriali, immobiliari e finanziarie ingenti somme di denaro derivanti da attività delittuose; intestare a terzi ingenti patrimoni e attività commerciali frutto di attività estorsive e dello spaccio di droga e affermare il proprio controllo egemonico sul territorio basso romagnolo e potentino, attraverso la repressione violenta dei contrasti interni».

Le 17 imprese sequestrate sono operanti nei settori dell’edilizia, della ristorazione, del commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi, delle sale gioco, dell’impiantistica e del noleggio auto, per un valore complessivo stimato di 30 milioni di euro. E stato inoltre eseguito il sequestro per equivalente di altri beni per circa un milione di euro. Le indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Rimini sono partite da Cattolica, dove risulterebbero domiciliati diversi esponenti della criminalità organizzata campana e i loro familiari. In particolare, secondo gli inquirenti, Iorio e Raucci, nonostante un reddito «apparentemente insufficiente a soddisfare i fabbisogni primari», in realtà avevano «un’elevata disponibilità economica, derivante – come chiarito dalle intercettazioni telefoniche e ambientali – dalla loro partecipazione occulta in numerose società formalmente intestate a prestanome».

I proventi illeciti venivano poi riciclati utilizzando una sala giochi e scommesse di Cattolica, riconducibile sempre agli indagati principali, ma gestita formalmente da Tania Ginefra, che per riciclare le somme provenienti dai reati contestati «aveva in più circostanze simulato vincite al gioco».

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