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POTENZA – Dovranno risarcire 5.284.470 euro alle casse del Comune di Potenza l’ex sindaco Vito Santarsiero (Pd), due ex dirigenti dell’ente, Mario Restaino e Pompeo Laguardia, e i membri delle giunte che dal 2010 in poi decisero di aumentare le percorrenze delle linee del trasporto pubblico urbano ignorando la riduzione prevista nel piano di esercizio approvato dal Consiglio comunale. Lo ha deciso, nei giorni scorsi, la seconda sezione d’appello della Corte dei conti presieduta da Luciano Calamaro (già a lungo in servizio nella sezione della Basilicata).

I giudici hanno accolto, ma soltanto in parte, il ricorso presentato dall’ex sostituto procuratore regionale Ernesto Gargano contro la sentenza con cui a dicembre del 2017 i magistrati contabili lucani avevano assolto l’ex sindaco e altre 20 persone. Le contestazioni originarie, infatti, riguardavano un presunto “buco” da 18 milioni di euro nelle casse del Comune, provocato dall’ultima parte della gestione Cotrab del trasporto pubblico locale, durata dal 2006 al 2015. Una gestione arrivata a costare 16 milioni di euro all’anno, contro i 7 e mezzo dell’attuale, che secondo gli inquirenti avrebbe contribuito non poco allo squilibrio di bilancio evidenziato dai revisori dei conti dell’ente a fine 2014. Di qui la decisione di dichiarare il dissesto, da parte dell’amministrazione guidata dall’ormai ex sindaco, a sua volta, Dario De Luca.

La sezione d’appello della corte dei conti ha evidenziato come «la gravità della situazione economica finanziaria del Comune non avrebbe lasciato margini di scelta», rispetto al taglio delle percorrenze che era stato indicato dal consiglio comunale nel nuovo piano d’esercizio. Piano che era «frutto di studi approfonditi il cui finanziamento aveva comportato per il comune l’esborso di somme di entità non irrilevante».

Per questo: «la maggiore spesa sostenuta integra un danno ingiusto per il comune», e «contrariamente a quanto sostenuto dalle difese, la violazione dell’obbligo di ridurre il chilometraggio in attuazione del programma d’esercizio non può trovare giustificazione nell’opportunità di soddisfare le esigenze dell’utenza».

Sia perché: «tale scelta ha incrinato sotto il profilo strategico ed economico la tenuta complessiva del piano che, nel perseguimento degli obiettivi di riduzione dei costi ed efficientamento del servizio, aveva previsto la gratuità del servizio delle scale mobili e rinunciato ad un aumento del prezzo dei biglietti che evidentemente dovevano essere compensati da un abbattimento dei costi per la riduzione del chilometraggio». Sia perché: «ha concorso a determinare la situazione di grave squilibrio economico finanziario, sfociata nel 2014 nel dissesto del Comune».

La Corte censura «l’autoattribuzione» che la giunta si sarebbe fatta del potere «di adozione degli atti di indirizzo generale» dell’amministrazione.
«In altri termini – aggiunge – si è consentita l’assunzione di un impegno di spesa a fronte di entrate assolutamente evanescenti».

«Il comportamento dei soggetti che, a diverso titolo, hanno concorso alla produzione dell’evento dannoso – insistono i giudici – appare connotato dalla colpa, grave sub specie di colpa cosciente, stante la prevedibilità dell’evento dannoso desumibile dalla consapevolezza di invadere l’ambito delle competenze riservate al consiglio e resa evidente dalla circostanza che nello stesso giorno la giunta ha “proposto” la modifica del piano al consiglio per poi modificarlo di fatto motu proprio. Evidente risulta, anche, la consapevolezza della mancanza di copertura finanziaria in un contesto di grave situazione economica finanziaria del comune, che non poteva essere ignorata ed in ogni caso, unitamente agli obblighi di riequilibrio nel rapporto ricavi costi del servizio (…), era richiamata nelle relazioni illustrative – istruttorie alle due delibere».

Quanto alla ripartizione del danno tra i vari responsabili, la Corte parla di «connotati di trascuratezza , superficialità e consapevole violazione degli obblighi di servizio (…) particolarmente accentuati», nelle condotte dell’assessore Giuseppe Ginefra e del dirigente comunale Restaino, «promotori della proposta e della relazione istruttoria-illustrativa che hanno preceduto l’attività deliberativa produttiva di danno».

Di qui la condanna a risarcire 1.336mila euro a testa. Mentre Santarsiero, Laguardia e gli ex assessori Pietro Campagna, Antonio Pesarini, Nicola Lovallo, Emiddio Fiore, Giuseppe Messina, Donato Pace e Luciano De Rosa dovranno pagarne 267mila. Più il solo Federico Pace, per cui la condanna si è fermata a 206mila euro. Contro le sentenze d’appello della Corte dei conti è possibile ricorrere in Cassazione per motivi di legittimità.

SANTARSIERO: COSCIENZA A POSTO – «In attesa di valutare con gli avvocati un ricorso, prendo atto di una sentenza che ci dà torto e la rispetto, continuando tuttavia a ritenere di aver operato insieme ad assessori e dirigenti in un contesto legislativo complesso con correttezza e con l’unica finalità di dotare di migliori servizi la città». Ha commentato così la decisione della sezione d’appello della Corte dei conti Vito Santarsiero, già sindaco di Potenza e presidente del Consiglio regionale nella scorsa legislatura. Nel merito delle contestazioni sull’operato della sua amministrazione comunale in materia di trasporto pubblico, Santarsiero, in una nota su Facebook, ha aggiunto che di sentirsi «a posto» con la coscienza, per «aver fatto il sindaco per dieci anni pensando solo al bene della città, esponendomi indubbiamente alla possibilità di commettere errori, ma non rinunciando a dare alla città tanto in opere e servizi, con un impegno instancabile assolutamente lontano da qualsiasi pur minimo personale interesse».

Quindi ha spiegato di considerare «non corretto» il collegamento «alla più complessa vicenda del dissesto», del Comune di Potenza, «altra pagina che pure meriterà di essere chiarita» e l’enunciato della sezione d’appello della Corte, «che sostanzialmente non condivide quando espresso in primo grado circa la “necessità che il servizio di trasporto locale, al pari della tutela della salute e dell’istruzione, é un servizio che deve essere finanziato con risorse pubbliche in modo tale da assicurare su tutto il territorio un livello adeguato di prestazione”». «In ogni caso – ha concluso – è sentenza che rispetto come ho rispettato quella che, in primo grado, assolveva totalmente il nostro operato».

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