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La lettera a Barresi: «Si trovi una soluzione per permetterci di ritrovare la dignità». La storia di una donna di Potenza dimostra come il caos sanitario lo paghino i pazienti


POTENZA – Quando un’azienda ospedaliera non funziona come dovrebbe, a pagarne le conseguenze sono i pazienti. Quelli che vivono, sulla loro pelle, la malattia e l’impossibilità di affrontarla. Quelli che, messi alle strette, sono poi costretti a fare le valigie per provare a curarsi altrove. Con costi altissimi per le famiglie e per il sistema regionale.
«E finirà che anche io sarò costretta a cercare una soluzione fuori regione. Al momento non so cosa fare, sono come sospesa». A parlare, tra la rabbia e l’incredulità è Daniela Canosa, una giovane mamma potentina che, oltre alla malattia, deve anche sopportare ora il peso di una sanità che evidentemente non funziona.
«Nel giugno del 2018 – racconta – ho subito un intervento di mastectomia al seno, per un carcinoma infiltrante. Mi è stata impiantata una protesi al seno operato e, poi, ho seguito tutta la prassi prevista, con cicli di chemioterapia e radioterapia».
Tutta una serie di cose non sono andate per il verso giusto. A causa della chemio, per esempio, è subentrata una neuropatia su cui tuttora si stanno facendo analisi. Ma i problemi più gravi sono subentrati dopo le 28 sedute di radioterapia (al Crob di Rionero), «che mi hanno procurato un’ustione di primo grado».
Il dolore accompagna, da allora, ogni giornata di Daniela. Un dolore costante, sempre presente. Dopo le bolle, le piaghe e poi la necrosi dei tessuti sottostanti. «Mi è stato asportato il muscolo completamente, restava solo un millimetro di pelle. E’ come avere una ferita perennemente aperta, impossibile lenire il dolore se non per qualche ora, con qualche pesante antidolorifico che, però, mi lascia completamente stordita». Così Daniela torna al San Carlo. «Verso la fine dello scorso settembre – racconta – ho chiesto una consulenza al dottor Maurizio Saturno (responsabile della Unità dipartimentale di Chirurgia plastica, ndr.), che si è reso conto del danno enorme che mi era stato fatto. L’unica soluzione che mi è stata prospettata è un altro intervento. Questa volta per rimuovere la protesi, asportare il muscolo dorsale e, con quello, ricreare una tasca per poter inserire la protesi». Se potesse, Daniela volentieri rinuncerebbe a questo intervento. Del resto ancora paga – con una invalidità al 100% – le conseguenze dell’operazione del giugno 2018. Ma non ha molta scelta: quel dolore che l’accompagna da mesi sta distruggendo la sua quotidianità. Non solo «non riesco più neanche a guardarmi allo specchio, ma mi sento profondamente in colpa perché io ho un figlio piccolo. Non ho una rete familiare su cui contare e, purtroppo, mi sento di non riuscire ad accudirlo come vorrei».
Così, anche se tra mille angosce, Daniela decide «di chiudere un ciclo penoso della mia vita». E firma per il nuovo intervento. Che deve essere fatto in tempi rapidi, vista la situazione.
L’intervento viene fissato per l’8 di novembre. Viene regolarmente fatto il pre-ricovero, Daniela si organizza per il bambino. Tutto pronto quando, «il giorno prima mi chiamano e mi comunicano che l’intervento deve essere spostato. A data da destinarsi, dicono senza farmi capire chiaramente cosa abbia causato questo spostamento. Però mi rassicurano: ho già fatto il pre-ricovero, non passerà troppo tempo».
Da allora sono passate tre settimane, ma Daniela ancora non sa quando il suo intervento verrà fissato. «Ho telefonato in Senologia per chiedere a che punto fossi in lista, ma mi è stato risposto che per il momento non se ne parla».
E a quel punto al dolore si è aggiunta la rabbia. Perché Daniela sperava finalmente in un Natale senza dolore, in cui pensare solo a trascorrere qualche giorno tranquillo con suo figlio. E sperava di potersi curare nella sua città, senza dover affrontare altri disagi oltre a quelli già patiti. «Io non so – si chiede – quali siano le problematiche che impongono all’èquipe del dottor Saturno di non eseguire gli interventi di ricostruzione, ma il mio disagio è enorme sia dal punto di vista psicologico, sia dal punto di vista fisico, perché non riesco più neppure a riposare».
Daniela ha chiamato in reparto, ha scritto al direttore generale del San Carlo, Barresi. Non chiede altro che essere trattata come tutti i cittadini dovrebbero essere trattati, cioè con dignità e rispetto. Ma nella città che ha dato i natali all’attuale ministro della Sanità, evidentemente questo non può accadere. «Le chiedo umilmente – ha scritto a Barresi – di trovare una soluzione per sbloccare ciò che sta arrecando disagio e dolore a me e a chi come me aspetta con ansia di ritrovare la propria dignità». Ma quella richiesta fatta al direttore Barresi è rimasta, finora, senza risposta.

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