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Un vigile del fuoco ha appena estratto un uomo dalle macerie (foto Ansa)

Tempo di lettura 7 Minuti

POTENZA – C’è un ponte ideale che collega il 1980 al 2020. E’ un collegamento labile, certe sensazioni che oggi viviamo oggi, causa pandemia, e che ha vissuto chi è rimasto coinvolto nel terremoto del 23 novembre ‘80.

Un’angoscia che s’insinua nelle coscienze, come un lungo ago flessibile nella pelle, al di là delle paure più evidenti. La consapevolezza di essere inermi di fronte all’indifferente forza della natura, allora di dimensioni macroscopiche – le placche tettoniche, intere regioni che si spostano sotto i nostri piedi e contro cui nessuno può nulla – oggi invece microscopiche, entità di grandezza infinitesimale, neanche definibili come “esseri viventi”, eppure capaci di sconvolgere la vita sull’intero pianeta.

IL RACCONTO Una domenica bellissima (Roberto Marino)

Così si sentivano i terremotati in quei giorni d’inverno di quattro decadi fa dopo che alle 19:34, in una calda serata di autunno inoltrato, una scossa di magnitudo 6.9 aveva colpito un’area di 17.000 chilometri quadrati dell’Appennino Meridionale tra Basilicata e Campania, nelle province di Potenza, Salerno e Potenza, per circa un minuto e mezzo.

Storie di cifre
Numeri e i dati: la magnitudo, la durata, l’epicentro eccetera. Quella del sisma ’80 è anche ovviamente una storia riducibile in cifre, come fa in maniera molto dettagliata il sito internet dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Innanzitutto le vittime: 2.735, mentre 9.000 furono i feriti. E ancora 394.000 senzatetto e poi le case: 77.342 distrutte, 275.263 gravemente danneggiate (e 479.973 lesionate). Lo Stato stanziò 57 miliardi (di lire, non di euro) per la ricostruzione, impiegando 50.000 militari nei soccorsi. Fu necessario ricavare tantissimi posti letto per gli sfollati: 110.000 nelle roulotte (32.000), 27.000 edifici pubblici (soprattutto scuole), 10.000 in prefabbricati leggeri (2.018) e container (626). Furono 31.739 i senzatetto costretti a emigrare.

Storie minime
Ma ovviamente – e come sempre – i numeri non dicono tutto. Ci sono le storie. Le tante minime storie familiari di chi ha passato quei giorni dormendo in auto, svegliandosi al mattino con i finestrini appannati nel parcheggio di un motel sulla superstrada, con i figli piccoli che la considerano una strana ed eccitante avventura e quelli più grandicelli che hanno paura e non sanno bene perché, accanto a centinaia di altre auto che condividono la medesima sorte.
Poi le storie di eroismo e abnegazione che tanti mostrarono, aiutando nei soccorsi, scavando a mani nude, condividendo disinteressatamente la condizione di chi era rimasto senza casa nella confusione dei primi mesi, come spesso accade in Italia.

Storie di dolore
E ancora ci sono le storie che hanno fatto il giro del mondo, come la vicenda della comunità di Balvano nel Potentino. Nella chiesa dell’Assunta, quel 23 novembre, ci sono soprattutto donne e bambini. Molti uomini hanno preferito rimanere a casa a guardare la partita in Rai, cominciata alle 19. E’ l’incontro in differita, un piacere per gli appassionati di calcio dell’epoca, oggi inconcepibile: una partita registrata e per giunta solo una sua sintesi. L’occasione è ghiotta: non la Pistoiese o l’Udinese o qualche altra squadra buona per nicchie di tifosi ma niente di meno che Juventus-Inter (per la cronaca, finita 2-1 con gol di Brady, Scirea e Ambu).

In chiesa la messa è appena cominciata, il coro di bimbi accanto all’altare, sotto la statua della Madonna, canta gioioso.

Poi, l’imponderabile. La chiesa che si sgretola, tonnellate di pietre che piombano sui fedeli. 66 saranno i morti di cui 34 tra bambini e adolescenti. A Balvano moriranno in tutto 77 persone.

Tante le storie accumulatesi negli anni sulla tragedia di Balvano, e se ne legge in maniera più compiuta in altro articolo di questo speciale sul terremoto. Significativo il botta e risposta fra il giornalista Rai Pierangelo Piegari e papa Giovanni Paolo II, raccontato da Enzo Quaratino per l’Ansa. Il pontefice arriva a Balvano pochi giorni dopo il sisma, il giornalista ha una domanda pronta per lui. Una domanda che nasce dall’interrogativo che attraversa la cittadina lucana e l’intera regione: com’è possibile che Dio consenta la morte di tante persone, di tanti bambini, in una chiesa?

Karol Wojtyla è in auto, abbassa il finestrino, Piegari è davanti a lui, allunga il microfono: «Santità, tra tanti lutti, tra tanta sofferenza, la gente non prega più, perché?». Il papa resta in silenzio un secondo, poi risponde: «Non è vero che non pregano più. Questa loro grande sofferenza è preghiera».

Che la splendida risposta del papa fosse un modo per uscire dall’impasse della difficile domanda o un moto del cuore, cioè se in quel secondo di silenzio Wojtyla abbia deciso di aprire la sua anima o elaborato l’ennesimo segno della sua celeberrima presenza di spirito, non lo possiamo sapere.

Sappiamo invece che quella scossa ha innescato una serie di processi di cambiamento nei più disparati settori della vita pubblica.

Storie di soccorsi
La Protezione civile nacque con il sisma ’80. Nacque dall’intuizione di Giuseppe Zamberletti, all’epoca nominato Commissario straordinario per il sisma. L’idea era già emersa per il terremoto del Friuli di quattro anni prima, ma si rafforzò con l’80. Si immagini che Zamberletti fu nominato e subito inviato sul posto. Doveva partire immediatamente, ma all’aeroporto di Genova dovette litigare per far capire che la sua priorità a prendere il primo aereo disponibile era più alta rispetto ad altri passeggeri. L’uomo che deve precipitarsi per coordinare i soccorsi non può contendersi un posto su un aereo. A questo si aggiunga che il presidente Sandro Pertini, abituato all’abbraccio affettuoso di ogni comunità che andava a visitare, era stato fischiato all’arrivo in Irpinia, e aveva potuto constatare l’incapacità delle autorità locali a coordinare i soccorsi in maniera razionale e integrata.

Nascono le cittadelle fatte di roulotte o prefabbricati, come Bucaletto a Potenza (ma non sarà l’unica) voluta dal “sindaco del terremoto” Gaetano Fierro. Quando anche l’ultimo terremotato se ne andrà dai miniappartamenti spesso pieni di amianto, finiranno per diventare quartieri per accogliere i senza-casa ma anche per avere la seconda o terza casa, il magazzino o, in qualche caso, il pied-à-terre per svolgere affari poco puliti. Fra i fumi dell’acciaieria a due passi e un senso di alienazione che non è mai andato via, anche la vasta riqualificazione odierna rischia di non coglere nel segno.

Storie di soldi
Sulla zona terremotata arriva un fiume di soldi. Molti prendono strade nascoste, si dividono in mille rivoli e alla fine non se ne saprà più nulla.

La cifra totale di quanto sia costata fa spavento sia se espressa in lire (circa 56.000 miliardi) sia se calcolata in moneta corrente (29 miliardi di euro). E parliamo di una cifra calcolata nel 2012 dall’apposita commissione tecnica istituita dal ministero dell’Industria e dei trasporti.

La ricostruzione per molti anni andò a rilento, le strade fino agli anni Novanta rimasero ingombre di calcinacci e mattoni spezzati, le impalcature fecero parte del panorama urbano per tanto tempo.

L’ANALISI Il sisma e le macerie economiche (Pietro Simonetti)

Storie di maquillage
Tanto è vero che, quando Giovanni Paolo II venne in visita pastorale a Potenza, il 28 aprile del 1991, tutte le brutture ancora non riparate del terremoto furono coperte con ampi teloni bianche e gialle, colori della bandiera del Vaticano.

E siccome la visita era programmata un paio di settimane prima, e una forte nevicata l’aveva fatta rinviare e aveva rovinato tutto ciò che era stato predisposto (nuovo tappeto di asfalto, nuova segnaletica orizzontale, teloni bianchi e gialli), si dovette passare una seconda mano di belletto su strade ed edifici. Non bisognava far vedere al pontefice che, nella terra da lui visitata in quei giorni terribili, il percorso di normalizzazione era ben lungi dall’essere stato completato.

Storie di rapacità a norma di legge
Ma reindustrializzazione e ricostruzione ebbero ben poco di santo. Alla carovana dei soldi che arrivavano si attaccarono anche molti che non ne avevano diritto. Erano due le regioni davvero devastate dalla scossa. Ma già dopo qualche anno si aggiunsero la Calabria (dove al massimo era caduto qualche quadro assicurato alle pareti da chiodi messi male) e la Puglia, in maniera del tutto incoerente con la realtà dei fatti.

Il numero dei comuni meritevoli di aiuti lievitò da 316 a 687 con apposite leggi votate dal Parlamento. L’erogazione dei fondi rallentò (basti pensare che in Basilicata l’ultima tranche nota fu distribuita a maggio nel 2016 attivando così una legge regionale di due anni prima).

La gestione dei fondi partì con la famosa (e famigerata) legge 219 dell’81. Furono stanziati inizialmente 8.000 miliardi di lire, destinati a crescere con il tempo.

Il problema vero fu l’intenzione truffaldina di molti imprenditori (o pseudotali) che candidarono il proprio progetto industriale ai finanziamenti, edificarono un bel capannone in una delle aree industriali che sorgevano nelle piane al crocevia fra i paesi più colpiti, misero i soldi in saccoccia e sparirono nel nulla, lasciando le ben note cattedrali nel deserto: scatoloni prefabbricati di cemento in cui furono tumulate le speranze di centinaia, migliaia di famiglie che avevano brindato nelle case con un contratto in mano che dopo un mese non aveva più alcun senso.

Per non parlare dei lavori in edilizia. La legge 80 del 1984 – presentata nelle dimesse vesti di una leggina di transizione – conteneva in sé una previsione che distorse il mercato: ai fondi potevano accedere non solo i proprietari di case rese inagibili o distrutte ma anche i discendenti in linea retta. A prescindere dalla stabilità della sua abitazione.

In entrambi i casi – industrie e case – il denaro pubblico devia dal percorso originario e se ne va al nord o nelle tasche di privati cittadini (con le dovute eccezioni: lo stabilimento della Ferrero a Balvano è un esempio invece di serietà imprenditoriale e investimenti andati a buon fine). L’interesse pubblico diventa quasi secondario.
E dire che oggi ancora paghiamo – per ogni litro di carburante che mettiamo nel serbatoio – 0,387 euro di accisa per le spese dello Stato relative a quel sisma.
Così all’angoscia dell’uomo di fronte alle forze della natura scatenate si è sommata quella dell’uomo di fronte all’avidità dei suoi simili. Se anche la pandemia seguirà l’amaro schema del sisma di quarant’anni fa, lo si scoprirà fra qualche decennio. In un futuro anniversario.

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