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L'ad di Eni, Claudio Descalzi

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L’amministratore delegato commenta un 2016 «terribile» caratterizzato dall’inchiesta di Potenza e dal crollo dei prezzi di gas e petrolio: «Il blocco del Cova è stato frustrante»

POTENZA – «In seguito al blocco posto dalla magistratura all’impianto in Val d’Agri abbiamo pagato un prezzo in barili molto alto. Per un’azienda come l’Eni, che lavora nell’Artico e in tutte le zone più difficili del mondo, è stato frustrante avere la sensazione di non riuscire a lavorare a terra nel nostro Paese»: a dirlo è Claudio Descalzi, amministratore delegato del cane a sei zampe, in una lunga intervista di Affari&Finanza. Con l’approvazione del bilancio 2016 si chiuderà il primo mandato triennale del manager. 

«L’inchiesta sguli operatori – risponde Descalzi – va avanti. Ma l’Eni ha fatto analisi terze, collaborando in tutti i modi con i magistrati e non ha niente da temere. Con tutta l’attenzione che abbiamo profuso sull’ambiente e i miliardi investiti per la sicurezza e le emissioni, che tra l’altro come gruppo ci hanno appena fatto assegnare, unica tra le major, un rating A del Carbon Disclosure Project, la cosa che mi ha fatto più male è stata avere gli impianti fermati per mesi per avere iniettato acqua in una specifica a 4mila metri sotto il suolo, senza che toccasse assolutamente la falda. È un fatto che ci ha messo anche in imbarazzo con la Shell, socia del progetto al 40%».

L’Eni ha fatto analisi terze, collaborando in tutti i modi con i magistrati e non ha niente da temere. Imbarazzo con Shell, socia del progetto

Continua l’ad, rispondendo alla domanda sul «contesto italiano respingente per chi opera negli idrocarburi»: «Forse la colpa è anche nostra, che non abbiamo spiegato bene come stavano le cose. Certo questi cinque mesi di blocco sono stati brutti, anche per le royalties ai territori e l’indotto. A noi il fermo è costato 65mila barili. Non per questo lasceremo il nostro Paese: nonostante il fermo siamo riusciti a recuperare volumi persi altrove e fronteggiare uno scenario molto difficile. Tutto questo senza licenziare una persona, al contrario di molti nostri colleghi petrolieri che hanno licenziato migliaia di lavoratori. Facesse come tutte le altre major, l’Eni si troverebbe con un sacclo di costi in meno usl bilancio».

Questi cinque mesi di blocco sono stati brutti: il fermo ci è costato 65mila barili, ma non abbiamo licenziato nessuno. E non lasceremo l’Italia

«L’Eni – commenta il settimanale economico in edicola ogni lunedì con Repubblica – chiude un anno tra i più difficili della sua storia recente. Eppure l’ad Claudio Descalzi non ha perso l’ottimismo che lo contraddistingue».

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