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Perché, per la testata più autorevole del mondo, è più succosa una piccola storia di provincia (LEGGI) rispetto a presunti corvi volteggianti sul Csm o – volendo restare al Sud – a ville pugliesi in uso a giudici e trasformate in deposito di armi?

Perché ciò che succede «in a small southern Italy city» può raccontare al meglio la pervasività della cosiddetta “mafia della porta accanto”, quella che spesso occupa una zona oscurata rispetto al proscenio illuminato delle grandi organizzazioni su cui, infatti, si puntano sempre più spesso i riflettori delle testate nazionali e internazionali.

Una eco altrettanto massiccia, il palazzone grigio e spigoloso incastonato tra via Nazario Sauro e lo stadio “Viviani” l’aveva avuta esattamente 5 anni fa, quando a Potenza scattò l’inchiesta sui rifiuti nel centro Eni di Viggiano.

Un lustro dopo, la vicenda dell’indagine Iceberg ha tra le altre cose il merito di aver confermato quanto possa barcollare il mito della «Basilicata isola felice», l’Irlanda del Mezzogiorno o il Texas d’Italia – a seconda che si prediliga la mistica paesaggistica o petrolifera – stretta in realtà dalla morsa delle tre mafie confinanti (camorra a ovest, sacra corona unita a est e ‘ndrangheta a sud).

E, su scala locale, ha avuto quantomeno il merito di riaprire il dibattito sulla necessità di un distretto della Dia in regione – uno di quei temi carsici che periodicamente si riaffacciano, spesso in concomitanza proprio di operazioni di polizia giudiziaria e arresti. Intanto, il gip ha “salvato” la gara facendo vacillare l’accusa sull’aggiudicazione del bar del Tribunale di Potenza ai prestanome del clan.

Resta il fatto che “Quando la mafia serve il caffè in tribunale” è un titolo perfetto e il New York Times entra da par suo nel racconto di uno scenario nel quale «The Riviezzis» suonano come i Sopranos eppure non siamo in una serie tv dove procuratori e investigatori «sorseggiano un cappuccino e mangiano una parmigiana di melanzane nel ristorante del tribunale».

La “vecchia signora grigia” come chiamano il Nyt – che pure ha svecchiato la propria immagine tanto nella sede (il grattacielo firmato Renzo Piano sulla Ottava avenue di Manhattan) quanto nella fruizione (i 7,5 milioni di abbonamenti sono un record assoluto) – il 18 settembre compirà 170 anni: così come le vecchie colonne di piombo raccontavano oltre un secolo fa i “Tony” (soprannome da “to New York” per chi sbarcava a Ellis Island, centro di accoglienza ante litteram che tra fine ‘800 e inizio ‘900 accolse oltre 12 milioni di immigrati, non tutti ammessi dopo una sorta di test d’ingresso agli Usa) oggi le pagine digitali e cartacee rilanciano reportage e long form sui grandi temi, declinando con originalità la questione meridionale come in occasione di lunghi articoli sulla Salerno-Reggio Calabria o il Ponte sullo Stretto tornato di attualità, per non dire la sanità, come quando l’anno scorso l’inchiesta del Nyt partì dal boom di contagi nella San Lucido zona rossa.

E se non è stato certamente dettato da ansia da clickbait essersi fatti ingolosire, moltiplicandola sul web, dalla recente storia dell’assenteista di Catanzaro (LEGGI) non è il caso di mettere in dubbio il prestigio del New York Times neppure con la classica lamentazione del “parlano sempre male di noi”.

Tanto più che proprio la Calabria (2017) e poi la Basilicata (2018) sono state inserite tra le 52 mete del turismo mondiale nella classifica delle eccellenze stilate dalla “vecchia signora grigia”.

Che tiene puntati i suoi riflettori sulle nostre malefatte ma non disdegna il turismo, l’arte e la tavola di un Sud da raccontare. Sempre.

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