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Fuggetta, odontoiatra, è consigliera comunale di opposizione nel Misto

Tempo di lettura 8 Minuti

POTENZA – Cosa è diventata la Basilicata Possibile, il movimento che alle elezioni comunali di Potenza aveva sfiorato la vittoria nascendo da zero? La domanda si pone dopo il risultato assai diverso delle ultime comunali, dove la lista di Avigliano Possibile è arrivata ultima mentre a Matera non si è riusciti nemmeno a mettere in piedi una lista.

Qualcosa su quell’esperimento e sul suo esito forse ce lo può dire Angela Fuggetta che, eletta in consiglio comunale nella sua lista, ha lasciato la Basilicata Possibile nel gennaio scorso.

Fuggetta – 36 anni, odontoiatra amata in particolare dai pazienti più piccoli che la adorano, da giovanissima è impegnata come volontaria in associazioni (fra tutte Emergency) per le quali ha anche messo a disposizione fuori regione le proprie capacità professionali – spiega pubblicamente in questa intervista le sue motivazioni che aveva affidato in precedenza a una mail inviata ad amici e sostenitori.

Partiamo dal giorno dopo delle elezioni comunali.

«Una grande vittoria politica di partecipazione della comunità è stata trasformata in una sconfitta. Lo era solo da un punto di vista elettorale. Piano piano quei momenti assembleari costruiti in campagna elettorale, molto partecipati anche da cittadini mai stati vicini ai processi elettorali o delusi dalla politica di sempre, si sono andati perdendo. E’ come se la sconfitta elettorale avesse condizionato tutto il processo successivo e quindi avesse determinato la scomparsa di Basilicata Possibile dal vivo della città. Cioè, BP si è chiusa nelle sue stanze a capire come generare un movimento ma negli aspetti diciamo formali».

Nel senso di struttura interna?

«Sì, nel senso di formalizzare l’esistenza di questo movimento, riempire degli organi concentrandosi poco sull’aspetto politico che non era stato costruito precedentemente poiché non ce n’era stato il tempo ».

Ma c’è stato un momento di analisi del risultato elettorale?

«E’ stato fatto in un gruppo molto ristretto. Non in un’assemblea con tutta la città: il programma era stato costruito nel corso di assemblee a volte anche faticose perché c’era una partecipazione importante. Dopo non c’è stata un’analisi».

In quei momenti assembleari pre-elettorali di cui parlava i cittadini esprimevano bisogni, idee, proposte. E’ sembrato che, dopo, questo canale con la comunità si sia interrotto. E’ così?

«In un certo senso questo aspetto si è proprio svuotato. Quei gruppi di lavoro hanno funzionato per la strutturazione del programma ma non potevano poi funzionare allo stesso modo sulla città: credo sia sbagliato schiacciarne l’azione politica solo su quello che accade in consiglio comunale. Sarebbe stato opportuno trasformare questi gruppi in qualcosa di diverso. Cioè, prendere le istanze dalle associazioni ma anche dai singoli cittadini. Questi gruppi hanno perso il loro senso. Le persone si sono un po’ disamorate di quel tipo di lavoro organizzato in una maniera che poi diventa noiosa. Se ti devi occupare di un problema reale della città non puoi tenere l’organizzazione formale con il gruppo di lavoro sulle politiche sociali: devi stare nella città per riempire di sostanza la rappresentanza, altrimenti sei autoreferenziale, ci sei tu che pensi di dover utilizzare il gruppo di lavoro per organizzare il tuo lavoro in consiglio comunale. No: quello è un di più che tu hai per portare fuori delle informazioni. Per me entrare nella politica istituzionale è stata una cosa a cui ho pensato tantissimo. Non avrei mai immaginato di farlo perché io vengo da un tipo di politica proprio diversa».

Può raccontarci le sue esperienze politiche precedenti?

«Faccio politica, credo, da quando andavo a scuola superiore. Una politica molto fattiva, nei movimenti, delle associazioni. Una delle esperienze più belle è stata con Emergency: una politica veramente del fare, dello stare per strada, con le persone, del capire il senso di quello che accade nella società. Una politica bella. Perché, a parte che ti senti utile, capisci tantissime cose. Ho sempre vissuto il mondo della politica istituzionale, anche quello amministrativo, molto lontano dalla vita reale. E standoci dentro è davvero così: quando entri “nel palazzo” esci dal mondo reale. Il che è assurdo perché nel palazzo si decide come il mondo reale è amministrato, ma senza conoscere la realtà. E questa cosa era quello che io credevo Basilicata Possibile potesse superare».

Pensava insomma di avere ritrovato in Basilicata Possibile il suo modo di fare politica?

«E di poterlo portare in un mondo che era tutt’altro. E’ questo che ha entusiasmato molti. Io ad esempio avevo organizzato un incontro con Luciano Marino che sta a Roma e anche lui viene da un mondo dei movimenti e ha fatto tutto un lavoro sulla democrazia partecipativa. Questi incontri erano pieni di persone. Nel momento in cui invece ci siamo ritrovati là dentro, tutto questo aspetto si è perso completamente. La mia sensazione è che siamo entrati in quell’acquario, in un mondo di carte e regolamenti totalmente avulsi dalla realtà».

Ma ha provato a dirlo ai vertici del movimento?

«Sì, dal primo momento non ho mai nascosto quello che credevo, anche se magari in contrasto con la linea che si seguiva dentro BP. Non ho mai pensato che l’idea del singolo individuo dovesse essere imposta a tutti gli altri ma che la costruzione politica risiede anche nel comprendere e coniugare i diversi approcci, nel trovare la ricchezza delle differenze e provare a superare quel principio di maggioranza, che è sempre stato dentro i partiti, a favore di una politica più assembleare, di una democrazia più partecipativa. Abbiamo provato a lavorare ad esempio con il metodo del consenso, molto più difficile però molto più arricchente perché ti insegna che la tua opinione non è superiore a quella degli altri e, tra le due, l’idea portata avanti è più bella se ha dentro anche il suo contrario. Questo purtroppo dentro BP non è mai esistito. In molti hanno portato il loro pensiero e poi, poiché il dissenso non è stato preso in considerazione in tante occasioni, silenziosamente sono andati via. Io non sono andata via in silenzio».

Può raccontarci com’è avvenuta la sua uscita da BP?

«Quando questi aspetti critici si sono sempre più sedimentati e sono diventati la quotidianità, ho deciso che non sentivo più di poter agire politicamente in maniera efficace, interessante e utile per la comunità dentro BP».

Una questione di coscienza, dunque.

«Una questione politica. Di coscienza rispetto a quello che credevo di poter fare per la comunità, per tutti quelli che sono stati vicino a Basilicata Possibile. Ho comunicato per iscritto – perché ci tenevo che le ragioni fossero chiare – con un’email a BP le motivazioni della mia uscita».

Che giorno era?

«Il 16 gennaio scorso. Ci tenevo anche a spiegare meglio il motivo della mia uscita a tutte le persone che mi sono state vicine nella candidatura e nel percorso. Ho vissuto la mia candidatura sempre come collettiva, mai come individuale. Mi ero riproposta in quella e-mail – e ho realmente cominciato a farlo, poi per la questione del Covid-19 non abbiamo continuato – a inaugurare una serie di incontri che potessero aiutarci a ripescare lo spirito con cui BP era nata».

Qual è stata la reazione?

«Mi hanno cercato per provare a chiarire meglio il motivo del mio allontanamento, che io credevo sufficientemente chiaro da quello che avevo scritto. Non ho nascosto nulla e credo non sia stato un fulmine a ciel sereno: non avevo mai nascosto le mie perplessità. L’incontro con loro – devo dire – non l’ho vissuto come apertura: le criticità che c’erano prima sono rimaste».

Cioè?

«E’ stato un cozzare di due visioni diverse che non si è cercato di coniugare in nessun modo. E io l’ho trovato un incontro più per dire “Hai cambiato idea rispetto a quello che pensavi prima, vuoi rientrare?”».

Come una richiesta di pentimento da parte sua?

«Una sorta, sì».

Un invito all’abiura?

«Il mio non è stato è Il capriccio del bambino del tipo: voi non fate quello che voglio io e me ne vado. Non c’era niente da ritrattare».

Davanti alla sua fermezza ci sono state altre reazioni?

«Mi è stato raccontato che è stata inviata una email di spiegazione a tutti gli iscritti alla mailing list di BP in cui si dava un’interpretazione della mia uscita che non considero veritiera. Non parla della reale motivazione politica per cui io sono andata via: avrebbero potuto inoltrare la mail che io gli ho mandato, non rielaborare dei fatti».

E lei non era fra i destinatari di questa mail?

«No».

In questo momento come sono i rapporti fra lei, BP e il resto dell’opposizione?

«D’ufficio sono nel Gruppo Misto, indipendente all’interno dell’opposizione. Credo sia importante fare un’opposizione molto concreta, molto politica, sui temi. Bisogna creare un dialogo tra tutta l’opposizione. Ovviamente è una cosa difficile perché va costruita, partendo da singole iniziative. Quando propongo qualcosa la invio a tutta l’opposizione, che sia Basilicata Possibile, i gruppi di centrosinistra o il MoVimento 5 Stelle. Sono convinta che all’interno di un’assise, quando l’amministrazione è assente in un momento davvero critico per la nostra città, sia importante provare a mettere a sistema le diversità. Altro è poi quello che si può fare all’esterno, nella città, nel confronto con i cittadini perché l’opposizione va portata avanti con le mozioni, le interrogazioni in consiglio comunale ma soprattutto fuori. E quindi ritengo sia importante trovare un dialogo perché sia più forte numericamente, in un contesto in cui ci sono regole assembleari da rispettare. E poi invece un’opposizione creativa, anche gioiosa e forte e resistente si può fare all’interno della città, in maniera indipendente: in questo momento mi sento più “libera” rispetto a prima di coinvolgere tutti i cittadini nella vita politica».

Lei non è stata l’unica persona a uscire fuori dal movimento. Pensa che il suo caso sia stato trattato diversamente?

«Sembrerà strano ma non credo che il trattamento riservato a chi è uscito sia stato uguale. Non mi piace fare delle questioni personali, voglio ragionare solo da un punto di vista politico. Sento che quello della politica istituzionale è ancora un mondo davvero patriarcale, pieno di sessismo. Non credo sia un caso che il trattamento riservato a me sia stato diverso da quello riservato ad altri e giudico – posso sbagliarmi, però è la sensazione che ho a pelle – questo tipo di politica ancora molto legato a certi stereotipi di genere».

Qual è il suo giudizio sull’azione politica di BP in consiglio comunale?

«Penso che l’opposizione vada organizzata in maniera più forte, più strutturata, più – si scusi il gioco di parole – oppositiva: la città sta vivendo un momento difficile per tanti motivi e tutto ciò che l’amministrazione sta facendo è vuoto, uno schermo che però dietro non è supportato da un intervento forte sulla città. Si sistema la vetrina ma poi dentro è un casino. In questo momento l’opposizione potrebbe essere molto, molto più dura».

Come?

«Potrebbe essere più forte se fosse più coordinata, più unita sui singoli temi. Mi rendo conto che è difficile trovare dei punti di incontro però si può provare se la priorità è la difesa della città anche da alcuni toni protagonisti di questo momento politico. Toni pieni di odio, molto divisivi, poco sociali».

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