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Piera Carlomagno, giornalista e scrittrice salernitana

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di SALVATORE MARRAZZO

PER la casa editrice Solferino è uscito la scorsa settimana in libreria Nero Lucano, il nuovo libro che la giallista salernitana Piera Carlomagno dedica e ambienta di nuovo in Lucania. Una terra atavica e profonda come i suoi calanchi, le sue ripide gole. Torna così la patologa forense Viola Guarino e il magistrato Loris Ferrara. Lei un personaggio istintivo. Lui un uomo del dovere, razionale ma tormentato. Entrambi scopritori di trame sorprendenti. E di nuovo alle prese con un duplice omicidio. E, forse, con un serial killer.

Una certa critica ancora distingue la letteratura “alta” da un’altra di “genere”. Quasi subisse una sorta di complesso d’inferiorità. Il giallo è una categoria letteraria minore, una sorta di letteratura da intrattenimento? O che cosa?

«Il giallo classico era una specie di enigma da risolvere, di solito senza ambientazione, senza approfondimento psicologico dei personaggi, un gioco a indovinare il colpevole tra un numero ristretto di sospettabili. L’abilità dello scrittore stava nell’ingaggiare una gara con il lettore che sfidava ogni volta a capire chi fosse l’assassino prima di finire di leggere il romanzo. Oggi non è più così, il lettore di gialli è esigente e pretende storie nuove che stiano al passo con i tempi. Direi che c’è più ricerca di temi e di modi per raccontare le storie nei gialli, che nel resto della letteratura. C’è uno sforzo maggiore da parte degli scrittori di genere, forse proprio perché la critica li emargina».

L’attacco del libro, la pagina iniziale “dedicata” a Camus è dirompente, sviante, ma ci fa entrare subito in scena. E non ne vorremmo più uscire. Si resta legati fino alla fine. Suppongo che Camus sia uno dei suoi autori preferiti.

«Il mio autore preferito in assoluto, per “La caduta” in particolar modo. A vent’anni, l’incipit di questo romanzo breve mi folgorò. Poi, leggendo questa e le altre opere, fui attratta dal suo senso di solidarietà, dalla battaglia continua contro le ingiustizie sociali, anche se non ne condividevo il pensiero politico. Però “La caduta” tratta i temi che amo, i meccanismi che regolano i rapporti interpersonali nella società – e oggi è uguale – la grande ipocrisia e l’ipotetica caduta delle maschere. Una festa per me. La lunga confessione-monologo di Jean-Baptiste Clamence è una scelta di verità, coraggiosa e rara. E lo stile della scrittura mi ha affascinato».

“Nero lucano”, quasi un ossimoro. La Basilicata è comunque una terra solare, benché una terra di dentro. Esiste anche in lei una natura contrapposta, duplice, un po’ razionale e un po’ magica, incantata, istintiva? O è proprio questa dualità l’essenza di una scrittura investigante?

«Tutti i luoghi, belli o meno belli che siano, hanno qualcosa che si cela a una vista non attenta. Io gioco tra due tipi di nero. Uno è quello della magia, che ha una sua spiegazione sempre e, come diceva Ernesto De Martino, l’alternativa tra la magia e la razionalità è uno dei grandi temi da cui è nata la civiltà moderna. In particolar modo la magia lucana ha come tema fondamentale la fascinazione, cioè una condizione psichica di impedimento o di inibizione. Quei riti esistono ancora oggi, soprattutto nei piccoli paesi in cui la gente conserva intatto il senso di soggezione per esempio nei confronti dei politici o di professionisti di fama. E’ tutto qui il recupero del tema, anche per affrontare la condizione della donna o quella del lavoro. Ma la Basilicata proprio per gli stessi motivi è anche terra in cui i semi della ribellione e della modernizzazione attecchiscono meglio. L’altro nero è quello del contesto, il “contesto” di Sciascia, fondamentale in ogni romanzo che voglia raccontare la società e ciò che nasconde. Il nero del romanzo sociale».

Il suo linguaggio è fluido, semplice e allo stesso tempo colto. Levi. Dante. Ortese. E un uso moderato del dialetto lucano. Che rapporto ha con la scrittura?

«La seguo, sono istintiva, sento che cambia col passare del tempo e anche a seconda dei luoghi in cui ambiento le storie. Il percorso che è partito da Napoli ed è arrivato in Basilicata, mi ha costretta a un cambio di passo. Ma non solo quello. Per il resto, spero che le mie letture facciano il grosso del lavoro».

La sua scrittura sembra imprescindibile da una sorta di coralità, a risolvere il caso partecipano un po’ tutti, dal barista alle giocatrici di bridge, che sembrano uscite da un romanzo di Tomasi di Lampedusa. E poi ci sono i notabili. Tutto così sospeso, quasi irreale.

«Da sempre amo leggere e dunque scrivere il romanzo corale, mi piace che spuntino dei personaggi, mai a sorpresa, ma che i protagonisti trovano sulla loro strada, altre storie con cui fare i conti. Mi accorgo poi che il racconto, man mano che cresce, va a recuperare miei ricordi, la mia esperienza. Le giocatrici di bridge vengono dall’osservazione curiosa di una mia vicina di ombrellone a Maratea, ma come dice lei, spero che in realtà abbiano l’humus dei personaggi di Tomasi di Lampedusa, una magia anche questa; il barista o meglio il suo bar, è il mio preferito di Matera, un bar vecchia maniera dove vado a bere l’amaro e il caffè. I notabili della Basilicata li conosco bene, sono nel mio immaginario da sempre».

Non difettano i colori e gli odori del mediterraneo. E la cucina tipica materana. I “gnummariedd”, la “cialledda” calda. Scrivere è anche questo arenarsi nei candori immemori di un tempo senza tempo come può essere una terra cui si appartiene?

«Forse il noir offre, rispetto al resto della letteratura, la possibilità di indugiare su questi aspetti, che sono propri della conoscenza; intendo dire che la voglia di indagare un territorio e un contesto, quello in cui si svolge una storia privata, aiuta a cercare ogni particolare anche attraverso i sensi. Se ti siedi a scrivere, entri in un’altra dimensione e cominci a cercare di conoscerla attraverso gli strumenti che hai. Per questo a me piace particolarmente ambientare i miei romanzi in luoghi che amo e che conosco, anche se non ci vivo – anzi meglio se non ci vivo – ma che porto dentro di me come luoghi dell’anima».

Un noir è in ogni caso un libro dove accadono omicidi, morti efferate. Devastazioni di ogni genere. Ciò che non scompare mai è l’odore della morte. Che cosa gratifica la ricerca ossessiva del colpevole?

«Il noir, meglio il giallo, più delle altre storie accomoda, aggiusta, rassicura. La struttura narrativa è semplice da leggere, meno da scrivere, però offre allo scrittore la certezza della circolarità, quello che appare all’inizio del romanzo, sarà spiegato alla fine. Non sempre è così la vita».

Un noir è comunque una fantasia. Un’invenzione. Un intrico fatto per celare più che rivelare. I suoi personaggi hanno compattezza psicologica. E alla fine anche quando la verità è fuori, sembra che ritorni di nuovo dentro. Derrida diceva che la parola è un’allucinazione. Lei è d’accordo?

«Se si intende che può andare al di là del senso letterale, sì. In questo senso il giallo allora si avvicina alla vita, perché riesce a smantellare gli schemi che conosciamo bene, proprio in omaggio alla ricerca della verità».

Un’ultima domanda: se il gioco della letteratura è lo svago infinito del linguaggio, resta il fatto di un’impossibile chiusura o ripetizione della scrittura. Un libro giallo deve sempre sigillare il cerchio. È la sua essenza. Quando si finisce di scrivere un libro, che cosa inizia?

«Arriva il momento di accettare che la tua vita accolga ancora altri spazi, perché i personaggi che si creano non muoiono mai dentro chi li genera, ma contribuiscono ad ampliarne il respiro e il pensiero. Per farcela, qualcosa va lasciato per strada, zavorra. Il rischio è un desiderio sempre più forte di concentrazione, dunque di solitudine».

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