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Orazio Gavioli, decano (dimenticato) del giornalismo. Un ricordo a 20 anni dalla morte

Basilicata
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La sezione Spettacoli del primo numero di Repubblica (14 gennaio 1976) coordinata dal potentino Orazio Gavioli
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POTENZA – Vent’anni senza Gavioli: gli stessi che il giornalista potentino passò nella stanze di Repubblica, fin dal giorno della fondazione, a dirigere il settore spettacoli. Ma se digitate «Orazio Gavioli» su Google – dove una sua foto è introvabile – vi imbatterete in un suo omonimo botanico o al più, se vi va bene, in notizie di buche nell’omonima via del capoluogo. Perché Potenza lo ricorda – meglio di niente – con una strada e poco più, ma forse anche Gavioli meriterebbe un premio come quello giustamente intitolato ad Alberto Jacoviello, altra firma di Repubblica venuta a mancare un anno e mezzo prima (marzo 1996): la sua Lavello gli ha intitolato anche il palazzetto dello sport.

Alla lettera G del monumentale Meridiano Mondadori del Giornalismo Italiano – vol. 1968-2001, tra un Gramellini e un Guzzanti manca proprio questo grande lucano dal nome altisonante come quello del poeta di Venosa suo conterraneo.

Universitario a Roma con la generazione dei Tullio De Mauro, Marco Pannella e Stefano Rodotà, nel giornale mescolò l’alto e il basso, il Festival di Venezia e quello di Spoleto. Paolo D’Agostini, firma di punta di cinema a Repubblica, lo ricorda come «uno dei capi-servizio che confezionarono il primo numero uscito in edicola il 14 gennaio del 1976» e «soprattutto creatore di un modello di giornalismo di spettacolo».

Il rionerese Beniamino Placido fu suo “compagno di banco”: «Mi ha seguito giorno per giorno nella rubrica televisiva che aveva contribuito ad inventare. Senza mai esercitare una pressione», ricordò. «Scegliemmo Orazio e mai scelta fu più difficile e più centrata –  ha scritto Eugenio Scalfari su Repubblica il giorno in cui se ne andò –. Ci voleva un uomo colto, nel generale e nello specifico, e lui lo era. Ci voleva un uomo di grande esperienza e di grande gusto e lui lo era. Un uomo di un'assoluta onestà intellettuale, capace di difendere sé e il giornale dalle mode effimere dalle lusinghe della pubblicità, dalla pressione talvolta incontenibile degli uomini delle pierre, e lui lo era. Infine ci voleva un personaggio al tempo stesso austero, riservato, aristocratico, con il gusto di non dimenticare nulla che potesse arricchire le pagine, d'incontrare lo spettacolo di massa e quello d'avanguardia, lo spettacolo commerciale e quello di élite. E lui lo è stato». 

Eugenio Furia

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