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INTERVISTA | «Io, Tricarico, la Rai e Scotellaro». I novant'anni di Mario Trufelli

Basilicata
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Mario Trufelli, nato a Tricarico il 5 luglio del 1929
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«EH, ho fatto 95 anni». Mario Trufelli è così giovane che gli anni non se li leva, semmai li aggiunge.

Capita, se il racconto del tuo tempo sembra infinito e parte da una teleferica, dal grande orologio di paese caricato a mano, dall’albergo gestito dai nonni materni nella piazza del paese da cui passarono rifugiati politici e futuri mafiosi che ti porgevano un biscotto.

Un racconto, quello di Mario Trufelli, che finisce per inglobare una saga familiare attraverso cui raccontare la Basilicata del secolo breve.

«Eh eh, è vero, me li aumento gli anni…». Viene da un periodo in cui nella sua Tricarico si sono celebrati tra pubblico e privato i suoi novant’anni e risponde con la freschezza di chi è spesso in giro per presentare l’Oscar Mondadori dedicato al suo amatissimo Rocco Scotellaro, curato da Franco Vitelli, pisticcese, ordinario di Letteratura italiana all’Università di Bari.

Dai «servizietti» della sede lucana per le visite di Emilio Colombo all'affetto dei «figli che non ho mai avuto: i colleghi che ho assunto a Potenza». E poi l'albergo dei nonni tra rifugiati politici e futuri boss della mafia, l'orologio del paese, la Dc di Moro, le poesie (un inedito per l'amico e concittadino Rocco), Check-up... 

Scrittore, poeta, giornalista, Trufelli è entrato nelle case – come si dice – di milioni di italiani, quando il servizio pubblico produceva trasmissioni divulgative come oggi ne restano poche: con “Check-up” rese la medicina e la ricerca temi di più agevole comprensione al più largo e trasversale pubblico possibile.

Ora si confida in questa lunga conversazione che è un manifesto di 9 decenni passati da lucano, «orgoglioso di esserlo», tra l’infanzia e la gioventù costellate di presenze oggi quasi mitologiche – Rocco Scotellaro ma anche Carlo Levi e poi Manlio Rossi-Doria – e un’attività pubblicistica mai esaurita. Dopo l’estate, quasi sicuramente a ottobre, uscirà la sua nuova raccolta di poesie dedicate proprio a Scotellaro, quella “Torre a vedetta” – come si intitola uno dei componimenti – che da capopopolo cantava Bandiera Rossa con i contadini in lotta col padrone; e il regalo di Trufelli al Quotidiano del Sud è regalare una poesia, inedita, che riproduciamo in calce a questa intervista.

Trufelli è il decano della professione che umilmente si approccia al cronista mai incontrato prima chiedendogli di non derogare al “tu fra colleghi”, regola che però sembrerebbe oltraggiosa se riprodotta qui su carta.

Trufelli, ci racconti la sua infanzia.

«Dove sono nato, che cosa sono… (fa un lungo respiro). Credo di avere alle spalle un’esperienza particolare. Anzitutto non ho precise discendenze lucane. Mio padre era originario di quella parte d’Italia chiamata un tempo Vecchia Romagna, ovvero le Marche. Dopo la seconda guerra mondiale i teleferisti andavano  in giro per l’Italia a installare quelle linee, fino alla Calabria. Poi lui capitò a Tricarico nell’albergo dei genitori di mia madre e s’innamorò di lei. Si sposarono ed ebbero cinque figli, uno morì… La sua provenienza è il motivo per cui parlo un italiano impeccabile. “Parlate in italiano!” ci diceva. Per me fu un insegnamento».

Le servì anche nella carriera in Rai?

«Certo, ma mi viene in mente un aneddoto: un giorno Sergio Giubilo sentì un mio servizio e disse “bello, però c’è qualche difetto di dizione, soprattutto nelle vocali”».

La vita quotidiana aveva cancellato le discendenze marchigiane e sedimentato una cadenza lucana?

«In un certo senso sì, però feci tesoro di quella frase di Giubilo cui era seguito un suo suggerimento: “Leggi da solo un libro, a voce alta, in una stanza vuota”».

Lo fece?

«Non solo le feci. Notai i miglioramenti nella pronuncia e da allora capii che tutti i giornalisti Rai dovevano fare quello sforzo. Fu il motivo per cui chiamai a Potenza, a fare dei corsi di dizione, giornalisti del calibro di Marco Raviart, lo speaker che annunciò la morte di Kennedy e del Papa al Tg1, tanto per capirci».

Sul lavoro era burbero?

«No, torno a mio padre e al suo carattere  per spiegarmi: non sono mai stato pessimista, sempre di buon umore come lui era solare ed effervescente».

Altre persone importanti nella formazione del suo carattere?

«Indubbiamente Rocco Scotellaro. Ho un profondo radicamento al suo paese, che è anche il mio, inoltre siamo stati intensamente amici: la sua casa era a duecento metri dalla mia, era sette anni più grande di me, ricordo che passava sempre dalla mia abitazione di famiglia. Un giorno mi regalò il primo libro di Ignazio Silone, “Fontamara”, che ancora oggi consiglio a tutti. Il nostro fu un rapporto bellissimo, Rocco voleva bene a me e a mio fratello Antonio, più grande di me».

Ci sono altri libri che considera altrettanto formativi nella sua coscienza?

«Ricordo che finita la guerra, arrivò a Tricarico Carlo Levi per un comizio in piazza, era in campagna elettorale e con lui c’era Manlio Rossi-Doria. Il prete e alcuni personaggi del paese avevano già letto “Cristo si è fermato a Eboli”, era il 1946, io avevo 17 anni. La piazza era piena per il comizio e da un balcone il prete e un giovane avvocato urlarono: “Ha parlato male dei lucani nel suo libro!”. Si riferivano ad alcuni passaggi in cui Levi aveva riferito che in alcune case della Basilicata si dormiva in stanze dove stavano anche i cavalli».

Levi in realtà amò molto la Basilicata, anche dopo il suo periodo di confino tra Grassano e Aliano. Il tema del regime fascista è presente anche in alcuni suoi racconti: che idea se ne fece, avendolo vissuto da poco più che bambino?

«Nell’albergo di mio nonno, don Michele Valinotti che chiamavo papà-nonno e fu anche ufficiale giudiziario facente funzioni i tempi delle Preture, venivano condotti i confinati politici. Nel libro “Quando i galli si davano voce”, pubblicato dalle romane Edizioni della Cometa, racconto tra gli altri di Calogero Vizzini, futuro capo della mafia siciliana, che mi dava i “ciocorì”, biscottini di riso, latte e cioccolato che preparava nella cucina di mia zia».

Torniamo al rapporto tra Levi e Tricarico.

«Sì, bisogna tornare a quel comizio: io ero repubblicano e ricordo che feci anch’io un comizio, lo avevo imparato a memoria. Comunque, quella mattina del 1946 Rocco Mazzarone (medico, scrittore e meridionalista tricaricese, 1912/2005 – ndr) presentò Scotellaro a Levi, leggendogli la sua prima poesia, “Lucania”, scritta sei anni prima (la declama a memoria – ndr): “M’accompagna lo zirlio dei grilli / e il suono del campano al collo / d’una inquieta capretta. / Il vento mi fascia di sottilissimi nastri d’argento / e là, nell’ombra delle nubi sperduto / giace in frantumi un paesetto lucano”». 

Quando s’innamorò della scrittura?

«Da giovane facevo un giornale murario del sabato, “Il Pungolo tricaricese”, dove firmavo come Cip degli editoriali spiritosi in cui si parlava anche della Democrazia cristiana, della politica. Avevo diciotto anni».

Che ruolo ebbe Scotellaro nella sua passione per la parola scritta?

«Quando uscì dalla galera scrissi una poesia, “Paese giorno e notte”. Quando morì gli dedicai “Siamo più soli”: “Hanno smesso di cantare i carcerati / attenti scrutano la sera dalle gabbie…” (si commuove). Rocco fu vittima di una calunnia politica e infatti venne assolto in fase istruttoria».

E oggi, Tricarico celebra degnamente il suo cantore degli ultimi?

«Temo che lo abbia un po’ dimenticato. Penso del pellegrinaggio continuo alla tomba di Carlo Levi ad Aliano e faccio il parallelismo con quella di Rocco… Molti continuano a ignorare che lui fu un grande lucano, come il mio amico Vito Riviello, un altro grande ingegno della Basilicata, scomparso esattamente dieci anni fa».

Visto che ha citato Riviello, potentino molto apprezzato nella Capitale, ci racconti i suoi anni romani.

«Esattamente sessant’anni fa, era il 1959, mi trovavo in piazza del Gesù come addetto di segreteria della sede della Democrazia Cristiana. Il capo era Aldo Moro. Lo adoravamo tutti per la sua sensibilità e la sua gentilezza, io ero editorialista al Popolo dove il suo controllo non era mai invadente. Angelo Narducci era il responsabile della sezione culturale del giornale, quella che allora si chiamava terza pagina. Iniziava così la mia avventura nella carta stampata. Nel 1960 ero all’Osservatore Romano, inviato in Portogallo per un reportage sulla Madonna di Fatima. L’anno dopo eccomi in Sardegna a dirigere i corsi di formazione del partito in vista delle elezioni regionali, arriva una telefonata di mia moglie Nietta: “Ti cercano in Rai!”. Quando mi presentai, Antonio Piccone Stella (storico direttore dei servizi giornalistici della Rai – ndr) mi salutò così: “Oh, ecco l’irreperibile Trufelli!”. La proposta era di andare alla sede Rai di Potenza che era stata aperta un anno prima. “Ci pensi e mi scriva una lettera”, mi salutò. Io in quegli anni vivevo già a Roma, decisi che prima di rispondere avrei invitato degli amici a cena per sapere cosa ne pensassero. La risposta fu unanime: “Devi andare, è la tua terra!”. Accettai, chiesi 10.000 lire in più di quanto mi dava la Dc. Era il settembre del 1961».

Come fu il ritorno nella sua terra, appunto, dopo le esperienze maturate fuori?

«Mi tuffai con entusiasmo nella nuova avventura. Ricordo che un operatore mi disse “Vedo che con lei iniziamo a lavorare”. Beh, in effetti fino ad allora la sede aveva fatto poco, giusto qualche servizietto quando Emilio Colombo era in Basilicata… Comunque, due mesi dopo feci il mio primo servizio. A Grassano un’industria in cui lavoravano 120 ragazze realizzava impermeabili  che venivano mandati fino in Russia. Andai prima per un servizio radio, poi con la troupe da 4: io, l’operatore, il datore di luci e il fonico. Il servizio durava quasi nove minuti e andò in onda la sera di Carnevale del 1962, nella sezione lavoro ed economia delle “Cronache italiane”».

La Basilicata si affacciava alla ribalta nazionale per qualcosa che non fosse la “vergogna” di Matera o il levismo. Altri servizi che ricorda in modo particolare?

«Di certo i sette giorni passati sul cantiere della Diga del Pertusillo, o l’intervista agli ultimi tre tricaricesi cantati da Scotellaro in “Contadini del sud”, suo primo libro in prosa. Da allora non mollai più la televisione, vengo da quelle esperienze anche se mi ricordano per Check-up e le interviste a medici da Chicago a Houston, St. Louis e Washington, dove andai due volte, o in Senegal per sentire un neurologo di fama mondiale che non poteva spostarsi in Italia. E poi Pechino, o in Giappone per un congresso mondiale di chemioterapia. Feci anche delle interviste in diretta nelle sale operatorie. Parliamo di ventun’anni di programma, oltre 600 puntate, ci vedevano da tutto il mondo. Io l’ho girato tutto. All’Hermitage di San Pietroburgo documentai la prima esposizione del mio caro amico Pietro Consagra. Ho lasciato un patrimonio, quindici giorni fa il Tg1 ha rimandato nelle due edizioni principali il mio servizio su Rocco Petrone, l’ingegnere originario di Sasso di Castalda, direttore dei lanci del programma Apollo che portò l’uomo sulla luna esattamente mezzo secolo fa».

Cosa le resta dei suoi venticinque anni da caporedattore della sede Rai Basilicata?

«Il rapporto con i colleghi. Oreste Lo Pomo, mio figlio d’arte come Renato Cantore, che prese il mio posto, o Rocco Brancati… Li ho assunti io e per me sono come i figli che non ho mai avuto. Nel 1965 ero caposervizio, quattro anni dopo arrivò la nomina più importante. Sono rimasto lì fino al 1994. In oltre trent’anni ho vissuto momenti emozionanti».

Ne ricorda qualcuno in particolare?

«Agosto 1975. Rimasi vittima di un brutto incidente al ginocchio. C’era bisogno di una nuova figura. Pensai subito a Brancati. Rocco aveva finito l’esperienza al Mattino di Napoli, in quel periodo si trovava a Parigi, lo beccai al telefono: “Torna d’urgenza, devi prendere il mio posto!”. La sera dopo mi chiamò dalla sede. “Non ti muovere da lì”, gli intimai. “E chi si muove – rispose – Ero disoccupato…”. Da lì fece carriera e divenne caposervizio. Guardo spesso la nostra ultima foto insieme, in cui siamo uno di fronte all’altro. Durante l’aggravarsi della malattia mi chiamò: “Mario, hai fatto ‘Check-up’ e sei quasi medico, ho un tumore al pancreas”. Capii subito che lo avremmo perso, quello è il peggior tumore, c’è poco da fare. Dopo due anni Rocco morì. La Rai è stata per me una grande palestra professionale ma soprattutto il luogo dei rapporti umani che non dimentico».

La Rai ha in un certo senso unificato attraverso uno schermo la comunità di emigranti sparsa per il mondo. C’è un aneddoto che ricorda nel suo peregrinare per lavoro?

«Senza dubbio una cena di caviale beluga, in Turchia: un addetto del ristorante mi disse “Mario, poco fa eri in televisione e ora sei qui!”».

C’è invece un ricordo particolare o un  luogo dell’anima che le ricorda l’infanzia a Tricarico?

«La mia famiglia gestiva l’orologio della piazza. Per vent’anni avevano “dato la corda” all’orologio, le ricordo ancora quelle tre pesantissime corde. Per azionarlo si entrava dalla chiesa, l’orologio era stato costruito nel 1890 a Lagonegro, dove ancora oggi esiste questa tradizione. Sento ancora le voci dei paesani che dicevano a mio nonno “don Miche’, u ‘rologio è fermo”. Da sindaco, Scotellaro voleva risparmiare: “Può metterlo in funzione anche un vigile”. Un giorno l’orologio si fermò e Rocco chiamò papà-nonno e alle 5 del mattino l’orologio ripartì, il sindaco abbracciò il vecchio».

Esiste ancora quell’orologio che le ricorda l’infanzia?
«Esiste ma oggi non è più manuale… L’altro giorno sono passato e non funzionava».

§

LA POESIA INEDITA

“Una rete di ombre”

 

La tua parola gridata

nel vento della protesta

rimane nei simulacri della sapienza

che fa grandi i poeti.

 

Ti ricordano le strade del paese

le curve dei monti, gli echi

degli organetti variopinti

la zampogna solitaria.

 

Ti ricordano le allodole

che ciarlano davanti alla tua tomba

dove una rete di ombre

appare e scompare nelle visite furtive.

 

È come un richiamo, Rocco

la tua vita si era fatta leggenda

ma nessuno più ti sogna.

 

© Mario Trufelli 2019

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