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Da sinistra Lorenzo Mussuto, Francesco Molinari e Alberto Santoro

Tempo di lettura 4 Minuti

POTENZA – «Siamo abituati a vivere immersi nella musica, ad averla ormai sempre come rumore di fondo. Ma la musica va ascoltata, compresa». Perché la musica racconta, unisce, abbatte le barriere.
E per andare oltre quel rumore di fondo, servono musicisti veri. E serve un progetto musicale che abbia anima e passione. Nasce da questa consapevolezza il lavoro che propongono tre musicisti potentini: Francesco Molinari (voce), Lorenzo Mussuto (chitarra) e Alberto Santoro (fisarmonica), che insieme sono gli Strast. E il senso del loro lavoro è in quel nome: una parola serba che significa passione. Quella che ci vuole per scegliere un percorso non semplice: dedicarsi alla musica etnica, «sottraendoci però – sottolinea Santoro – alla pulizia etnica dell’elettronica».

Voglia di tornare all’acustico, al suono unico degli strumenti, con una voce, quella di Molinari, che ha un timbro molto forte, inteso.
Passione: questo è il filo di questo progetto che non è solo musicale, perché dietro c’è la voglia di recuperare la musica etnica, i canti popolari, fortemente intrisi di dolore e consapevolezza delle disuguaglianze.

«Le canzoni anche della grande tradizione musicale napoletana – dice Molinari – raccontano la povertà, le diseguaglianze. Un mondo che, se ci riflettiamo, non è mai cambiato: quelle degli anni Cinquanta sono le stesse povertà che incontriamo oggi, soprattutto dopo questa crisi». E queste povertà, i soprusi, le diseguaglianze accomunano tutti i popoli: «per questo pensiamo – dice Mussuto – che questo possa essere un lavoro di integrazione europea. Finora l’integrazione l’hanno fatta con le banche, i mercati, i governi. Noi vogliamo farla attraverso la cultura musicale, che unisce i popoli e i loro canti di dolore e speranza». E un primo risultato è pratico: la partecipazione, alla realizzazione del brano “Don Nicola”, di un musicista serbo, Dragan Knezevic.

Non si pensi però che la proposta musicale degli Strast consista in meri rifacimenti degli originali. C’è un lavoro di arrangiamento e interpretazione che dona nuova vita ai brani. “Don Nicola” ne è un ottimo esempio. E già la scelta del brano la dice lunga.

La canzone era stata scritta da Matteo Salvatore, cantastorie del foggiano che traspose in musica e versi la vita della povera gente, uno di quegli esemplari di folksinger nostrani come Enzo Del Re, oggi dimenticati. A un ricevimento della contessa Camerana, a Torino, Italo Calvino pare abbia dichiarato: «Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare».
La canzone narra di un riccone che per divertirsi, prima di tornarsene a casa, getta cento soldi per terra e poi si gode lo spettacolo dei ragazzi più poveri del paese che se li contendono con violenza.

La dolente e scarna ballata di Salvatore nella versione degli Strast viene trasfigurata già dalle prime note in un brano da night club. La fisarmonica di Alberto Santoro sgrana note rarefatte, atmosfere da locali fumosi, quasi un Fred Buscaglione in minore. Il tutto impreziosito dalle modulazioni della chitarra quasi jazz di Lorenzo Mussuto e dal velluto del violoncello di Dragan Knezevic. La voce appassionata e roca di Francesco Molinari contrasta – ma con effetto molto interessante – con l’apparato strumentale.
“Bocca di Rosa” è invece interpretata nella versione di Peppe Barra ed è un bene (perché la voce di Fabrizio De Andrè è così unica che provare a rifarla è obiettivamente un problema per chiunque) ma anche un limite: Barra è un attore e competere con lui in teatralità è difficile. La canzone esce bene (spicca il sax di Ettore Nesti).

Poi c’è “Brucia la terra” (dal film “Il padrino – Parte III”, musica del grande Nino Rota, testo del siciliano Kaballà). E ancora, una canzone fra le meno note – e le più delicate – di Pino Daniele, “Maggio se ne va”, da poco tornata in auge come sigla del televisivo commissario Ricciardi. Qui è un robusto strumentale fisarmonica-chitarra.

E infine – chicca fra le chicche – “Dans le ciel de ma rue”, gioiellino dimenticato del gruppo francese (altrettanto dimenticato, nonostante ancora sia in attività) dei Bratsch, precursori della world music, interpreti di musica gitana decenni prima che i film di Emil Kusturica e Goran Bregovic ne facessero una moda. Ottima versione.

Le scelte degli Strast sono tutte ricercate e mai banali, frutto di una sensibilità – non solo musicale – evidentemente spiccata e aperta ai temi sociali più urgenti dell’umanità. La resa è professionale e tutta da ascoltare.
Hanno un canale Youtube che permette loro di far ascoltare i brani al mondo. «Ma non rincorriamo le visualizzazioni. Sappiamo che la nostra è una musica di nicchia. Preferiamo il commento di un musicista competente alla folla. Ma il fatto che i commenti arrivino da tutta Europa ci fa pensare che forse è la strada giusta».

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