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LO spunto arriva dal web, ma cerchiamo di portarlo in una realtà concreta.  Utilizzando una metafora fin troppo abusata ci chiediamo: Potenza ha davvero fame di calciocome tanti dicono? La risposta è no. Difficile sfidare le congiunture. Quella di oggi è terribile e il rilancio dello sport cittadino sulla ribalta nazionale, quella che conta, non sembra una priorità. Lo dimostra anche la totale passività di fronte alla scomparsa del basket maschile potentino dai campionati nazionali. Si agita qualche appassionato, ma di imprenditori in grado di presentare un progetto credibile nemmeno l’ombra. Eppure parliamo di uno sport dove basta avere solidi argomenti economici per acquistare e gestire un titolo sportivo, in qualsiasi categoria, scavalcando il campo. Nel calcio – forse per fortuna – tutto ciò non accade. La dimensione degli investimenti richiesti è decisamente superiore e pensare di uscire in qualche modo dall’inferno del dilettantismo è impresa ardua. E costosissima. Senza giri di parole: la Serie D è un pozzo senza fondo dove gli investimenti di chi vuole puntare a vincere sono assolutamente fuori portata per il tessuto imprenditoriale potentino, così come si presenta oggi. E da fuori regione, al netto di qualche avventuriero campano, si fa fatica a immaginare chi possa presentarsi con serie intenzioni. Il calcio fatto per passione non è più attuabile, almeno a questi livelli e a queste latitudini. O meglio, non è futuribile. Si può pensare di gestire alla giornata una stagione, al massimo due. Oltre non si va. Se Potenza – intesa come piazza nel senso più ampio – avesse avuto realmente fame di calcio, le occasioni per rilanciare dopo l’ultimo addio ai professionisti ci sarebbero già state. Il solo fatto che possa ancora avere spazio nei dibattiti il ricorso di Postiglione per ottenere un’improbabile resurrezione del Potenza Sport Club fa capire chiaramente come alle spalle ci sia ben poco. Altrove le macerie sono state spazzate via, non riattaccate con il nastro adesivo.  Non c’è fame di calcio, ma c’è un inossidabile frangia di appassionati (che sta anche soffrendo la mancanza di ricambio generazionale) ma non si arrende. Non vuole arrendersi. Perché gli manca lo stadio la domenica, la ritualità del “vivere ultras” (per quel che ne rimane) o semplicemente una forma di aggregazione. A Potenza manca il calcio nei bar, nei negozi, dai barbieri, nei punti di ritrovo della gente comune. Non manca alle istituzioni, che in nome di una difficilmente contestabile trasparenza non hanno di recente subordinato la concessione di ricchi appalti all’impegno dell’imprenditore di turno a favore del calcio cittadino. E non manca al tessuto economico potentino, dove gli imprenditori degni di tal nome sono pochi, sovrastati numericamente dagli impiegati. Il calcio a Potenza manca a quei pochi appassionati, non alla città. Che in questo momento ha altre priorità difficilmente conciliabili con una congiuntura in cui, nelle realtà medio piccole, per fare calcio ci sono soltanto due strade. Lo “sceicco” di turno o chi associa al pallone l’idea di impresa, pensando a forme di patrimonializzazione (passando anche dallo stadio) e di autofinanziamento. Luciano Gioia vuole provarci, ma sfida un clima tutt’altro che favorevole. 

Twitter @pietroscogna 

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