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Mi chiedo se, in fondo, Adam Gund non abbia ragione a proposito della triste propensione che abbiano noi a lavorare questa miserabile terra. È l’Eden quello che cerchiamo? Tentiamo invano di recuperare il paradiso perduto?
Forse è vero. Ma ora non saprei dire davvero di cosa parliamo quando parliamo di orti. Ma di certo il dialogo (come tutte le conversazioni che Peter Cameron fa fare ai suoi personaggi di “Quella sera dorata”, ed. Adelphi) tra il vecchio Adam e la giovane Arden è semplicemente splendido, sebbene sia più frequente, nella realtà, che le posizioni siano invertite: i più giovani distanti e sprezzanti; i più anziani spasmodici nel cercare nell’orto una specie di salvezza. Di crearsi un’anticamera di aldilà, se non addirittura il suo progetto.
«La religione non c’entra per niente» disse Arden. «E invece sì, mia cara» disse Adam. «Il bello della vecchiaia è che uno perde questo sentimentale attaccamento alla terra. Io non ho bisogno di zappare e di fertilizzare carote, per sentirmi sicuro. O salvo».
Insomma: il mio è un pretesto da niente per un consiglio di lettura. “Quella sera dorata” (come ha scritto Giuseppe Montesano nella quarta di copertina) è il piacere della letteratura allo stato puro. Perciò, mollate tutto e leggetelo. Leggete – se potete – tutto quello che Cameron ha scritto; perché il piacere (nell’orto come altrove, aggiungo io) è cosa rara.

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