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Il palazzo del potere calabrese

Calabria

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Come notista politico, quindi per mestiere, ho frequentato e frequento, ora sempre meno, Palazzo Campanella, la sede del Consiglio regionale. Ormai ci vado solo due o tre volte l’anno. Per tre motivi. 1) Perché sta avanzando una nuova leva di bravi colleghi. 2) Perché l’autostrada è quella che è. 3) Perché il giornalista accreditato non sempre è messo nelle condizioni di lavorare al meglio. Non da adesso. Da quando hanno costruito l’Astronave. Naturalmente parlo per me e non per la categoria.
Fare il giornalista a Palazzo Campanella è  fisicamente difficile. Il settore assegnatoci si dispone sue due file e gli spazi sono strettissimi. Il progettista ha voluto risparmiare proprio con le sedie dei giornalisti, i quali si devono alzare in piedi per far passare i colleghi. Né sono agevoli le prese elettriche poste ai piedi di ciascuna postazione. Nell’aula non si sente niente, ma proprio niente. E non sono sordo. E’ l’acustica generale che non va. Non c’è un luogo di conversazione con i consiglieri regionali che abusivamente si fanno chiamare “onorevoli”. Manca una sorta di “Transatlantico” dove poter scambiare opinioni e sensazioni con gli addetti ai lavori. I giornalisti sono controllati a vista dagli uscieri. Marcamento a uomo. Come quando Gentile francobollava Maradona. L’austerità del salone stride col rigore un po’ codino dei consiglieri, alcuni dei quali fumano e sghignazzano senza pudore all’interno dell’aula consiliare. Una volta, nella precedente consiliatura, ricordo che gli uscieri ci perquisirono all’ingresso dell’aula, sebbene fossimo dotati di accredito. Un episodio gravissimo lasciato cadere per la tolleranza di noi giornalisti che sorvolammo…. Si giustificarono dicendo che il dirigente aveva applicato in modo zelante una direttiva restrittiva emanata dell’ufficio di presidenza. La paura delle ombre. E poi l’orario antelucano in cui si approvano le pratiche “scottanti”. Ma ora le cose sono cambiate, in meglio.
Alle corte: Palazzo Campanella, visto dal di dentro, sembra, in alcuni momenti, la Fortezza Bastiani de “Il deserto dei Tartari”, il romanzo di Dino Buzzati nel quale l’autore racconta di un nemico che non arriva e la malia che avviluppa gli inquilini della fortezza.
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