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Sangue blu

Calabria

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Carlo d’Inghilterra, principe di Galles, duca di Rothesay e di Cornovaglia, ha 64 anni. I 
capelli sono bianchi. Il volto equino come tutti i Windsor. Sua madre, Elisabetta II del 
Regno Unito, ha 86 anni. E non si decide. Lunga vita alla regina. Ma la testa coronata regna 
da 60 anni, amatissima dai suoi sudditi, e non ne vuole sapere di lasciare il trono. Non è 
come Benedetto XVI che ha rinunciato al Soglio di Pietro. Intanto il povero Carlo aspetta. E 
spera. Forse. Nel frattempo il primogenito reale, il principe William, duca di Cambrige, si 
scalda a bordo campo. E pazienza se la scrittrice inglese Hilary Mantel ha definito la 
principessa Kate “una bambola senza personalità”. L’apprezzamento, subito rilanciato dai 
tabloid scandalistici, è diventato un affare di Stato. Anzi di Regno. 
Trasferendo - con il dovuto rispetto - il destino di Carlo alle vicende politiche nostrane 
si possono notare curiose assonanze con alcuni rampolli dei casati più o meno illustri della 
partitocrazia che sono invecchiati aspettando un posto al sole in virtù del cognome portato 
spesse volte abusivamente e con troppa disinvoltura. Come se il cognome fosse un 
passepartout per entrare ovunque. 
Un Carlo basta e avanza.

Carlo d’Inghilterra, principe di Galles, duca di Rothesay e di Cornovaglia, ha 64 anni. I 
capelli sono bianchi. Il volto equino come tutti i Windsor. Sua madre, Elisabetta II del 
Regno Unito, ha 86 anni. E non si decide. Lunga vita alla regina. Ma la testa coronata regna 
da 60 anni, amatissima dai suoi sudditi, e non ne vuole sapere di lasciare il trono. Non è 
come Benedetto XVI che ha rinunciato al Soglio di Pietro. Intanto il povero Carlo aspetta. E 
spera. Forse. Nel frattempo il primogenito reale, il principe William, duca di Cambrige, si 
scalda a bordo campo. E pazienza se la scrittrice inglese Hilary Mantel ha definito la 
principessa Kate “una bambola senza personalità”. L’apprezzamento, subito rilanciato dai 
tabloid scandalistici, è diventato un affare di Stato. Anzi di Regno. 

Trasferendo - con il dovuto rispetto - il destino di Carlo alle vicende politiche nostrane 
si possono notare curiose assonanze con alcuni rampolli dei casati più o meno illustri della 
partitocrazia che sono invecchiati aspettando un posto al sole in virtù del cognome portato 
spesse volte abusivamente e con troppa disinvoltura. Come se il cognome fosse un 
passepartout per entrare ovunque. 

Un Carlo basta e avanza.

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