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Capo Suvero

Calabria

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Capo Suvero. Tre cose in uno. Un faro, un albergo, un simbolo. Anzi, il simbolo della disfatta del Partito democratico. Quest’icona ha fatto giurisprudenza. E ciò che è accaduto al partito nazionale con le ripetute sconfitte di Bersani era stato già sperimentato in Calabria nel 2010. Esattamente il 2 febbraio. Che cosa accadde? Il Pd s’incartò. A pochi mesi dal voto regionale l’uscente Loiero non sapeva, mentre il suo competitore Scopelliti veleggiava da mesi verso la vittoria che gli avrebbe arriso da lì a poco, se la coalizione lo avesse ricandidato a presidente della Regione. E lì si crearono le prime primarie farlocche. Quale fu il prezzo? La deroga alla candidatura dei jurassici Nicola Adamo e Peppe Bova già all’attivo di 4-5 consiliature. Già, perché il Pd è un partito ballerino e libertino. Fa regole avanzatissime, democratiche, rigide, ma poi concede le deroghe. Praticamente si prende in giro da solo. E così il patto passato alla storia minima come “Capo Suvero” ha fatto “ammuina”. Come l’editto di Franceschiello: «All’ordine “facite ammuina” tutti chilli che stanno a prora, vann’ a poppa e chill che stann’ a poppa vann’ a prora; chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta; tutti chilli che stanno abbascio vann’ coppa e chili che stanno ‘ncoppa vann’ abbascio; chi nun tiene nient’a ffa, s’aremeni a ’cca e a ‘lla». Occorre anche ricordare che il notaio di Capo Suvero, presente e afasico, fu Nico Stumpo, braccio destro di Maurizio Migliavaca che, a sua volta, è il braccio destro di Pier Luigi Bersani. Oggi Stumpo (di Cotronei) è deputato.

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