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L’arte (o la scienza) di tirare i rigori

Calabria

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DOMENICO TALIA

Domenico Talia, originario di Sant'Agata del Bianco, sulla costa jonica reggina, è docente di informatica all'Università della Calabria e ricercatore nell'area dei sistemi distribuiti e del data mining.

Iniziamo col dire che solo i puristi sanno che c’è una differenza tecnica tra i calci di rigore e i tiri di rigore. I primi sono quelli che si calciano durante la partita dopo aver subito un fallo grave in area. I secondi si tirano soltanto dopo una partita ad eliminazione diretta finita in parità, per stabilire necessariamente un vincitore della gara. A quelli che trovano questa distinzione artificiosa o libresca, basta ricordare che mentre in un calcio di rigore, se la palla viene respinta dal portiere può essere calciata nuovamente in rete dallo stesso o da un altro giocatore, un tiro di rigore respinto non potrà mai diventare un goal per un intervento successivo sulla palla. Inoltre, strano a credersi, un calcio di rigore può diventare un passaggio per un altro giocatore che può finalizzarlo in porta, mentre ovviamente, questo non può accadere ad un tiro di rigore. Il caso più clamoroso è quello accaduto il 5 dicembre del 1982, in Olanda durante Ajax–Helmond Sport (che per la cronaca finì 5–0), quando Cruyff, pronto sul dischetto per calciare un calcio di rigore, invece di tirare direttamente in porta passò la palla al suo compagno Jesper Olsen che, dopo aver distratto il portiere facendo finta di tirare, restituì il pallone a Cruyff, che segnò a porta vuota.

In queste settimane di Mondiali, i tiri di rigore sono l’evento più temuto e insieme più avvincente. Qualche giorno fa, un tiro sulla traversa di un giocatore cileno ha salvato il Brasile, nel senso della nazione, dal rischio di una tragedia collettiva che avrebbe gettato nella depressione l’intera popolazione brasilera. Nei prossimi giorni, molto probabilmente, assisteremo ad altre partite dei Mondiali che saranno decise dai cinque o più tiri di rigore. Dunque forse è il caso di richiamare alcune tesi, più o meno serie, sul miglior modo di calciare i rigori cercando di buttare la palla nella rete ed evitando brutte figure e tristi pianti. Evitando, per esempio, quello che è accaduto al grande goleador argentino Martín Palermo che è il detentore del terribile record di rigori sbagliati in una sola partita: ben tre! Record che fu stabilito dal grande Martín durante un incontro tra le nazionali di Argentina e Colombia valido per la Copa América. Palermo che pure è uno che non ha mai amato i goal facili, nonostante quel triste primato, di goal ne ha fatti quasi 250 nella sua lunga carriera.

Dei tiri di rigore, spesso si dice che sono “una lotteria”, ma c’è qualcuno che la pensa diversamente. Alcuni anni fa, un gruppo di ricercatori della John Moores University di Liverpool ha messo a punto una formula per ottenere un penalty imparabile. Secondo questo studio, un rigore diventa imparabile quando è calciato ad almeno 105 chilometri orari, compiendo una rincorsa di circa cinque-sei passi a partire dalla posizione in cui è posto il pallone. Secondo la formula di questi studiosi l'angolazione del tiro è fondamentale. Il perfetto rigorista deve colpire la palla a un angolo tra 20-30 gradi e mirare circa mezzo metro sotto la traversa e mezzo metro verso l'interno della porta. A dirlo potrebbe apparire semplice, ma a farlo, in uno stadio-bolgia sotto gli sguardi di decine di migliaia di spettatori e magari dopo aver accumulato 120 minuti di partita, sicuramente è molto più complicato.

Più recentemente, un giornalista sportivo inglese, Ben Lyttleton, ha impiegato quasi due anni per studiare la questione e per scrivere un libro, purtroppo non ancora tradotto in italiano, interamente dedicato ai rigori. Il titolo del libro, facendo una libera traduzione dall’inglese, è Undici metri – L’arte e la psicologia del rigore perfetto. Purtroppo per noi italiani, sulla copertina di quel libro c’è la foto di uno sconsolato Roberto Baggio con le mani sui fianchi e i piedi di argilla, dopo aver fallito il rigore nella finale dei Mondiali USA del 1994. La tesi di Lyttleton è che i rigori non sono una “lotteria” e non sbagliarli è possibile. Si noti che a dirlo è un giornalista d’oltre Manica che tifa per una nazionale, l’Inghilterra appunto, che nei maggiori campionati per nazioni ha perso ai rigori sei volte su sette. Le conclusioni cui è giunto Lyttleton sono basate su cinque principi: È meglio battere per primi, bisogna aspettare qualche attimo in più prima di calciare, è necessario guardare in faccia il portiere, selezionare i migliori e i più freddi calciatori per battere i primi cinque rigori e, infine, provare, provare, provare (nel senso di esercitarsi molto a tirare rigori) soprattutto alla fine di una partita quando si è stanchi, come accade quando, dopo i 120 minuti di una gara che si ostina al pareggio, bisogna segnare dal dischetto per vincere la partita e passare il turno.

Come potete notare, le regole di Lyttleton, sono più arte e psicologia del rigore che scienza, e forse non potrebbe essere diversamente. A questo proposito, vi risparmiamo i risultati di uno studio, molto divertente, fatto dal grande fisico di Oxford, Stephen Hawking, anch’egli inglese, e dedicato alla ricerca del rigore perfetto per la squadra inglese. Hawking ha tirato fuori una serie di regole stravaganti tra le quali quella che stabilirebbe che la squadra di Sua Maestà la Regina, per segnare i rigori deve indossare la maglia rossa perché il tasso di successo dell’Inghilterra è stato superiore del 20% quando hanno indossato una maglia colorata e il colore rosso rende le squadre più sicure di sé e li fa percepire dagli avversari come più aggressive e dominanti!

Al contrario delle regole dei ricercatori dell’università di Liverpool, che hanno cercato di usare, o meglio, di osare un approccio scientifico alla ricerca del rigore perfetto, le tesi di Lyttleton hanno una base artigianale, mentre quelle proposte dal Prof. Hawking sono fatte soprattutto per divertire. Va comunque fatto notare che gli sforzi fatti da tutti questi signori inglesi non serviranno alla loro Nazionale, che quest’anno ha mostrato la stessa capacità degli Azzurri nel saper fallire il Mondiale. Eppure, potrebbero servire alle squadre che si apprestano a giocare i quarti e poi semifinali e finale di Brasil 2014 e che, comunque farebbero bene a leggersi lo studio di Liverpool e il libro di Lyttleton. Magari durante le ore di riposo ai bordi di una piscina o seduti in poltrona. Non si può mai sapere!

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