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I data broker ci conoscono bene senza essere nostri amici

Calabria

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DOMENICO TALIA

Domenico Talia, originario di Sant'Agata del Bianco, sulla costa jonica reggina, è docente di informatica all'Università della Calabria e ricercatore nell'area dei sistemi distribuiti e del data mining.

“Voi non li conoscete, ma loro conoscono voi”, questa semplice frase, in stile hitchcockiano, spiega molto bene il concetto che la presidente della Federal Trade Commission (FTC) americana, Edith Ramirez, ha espresso qualche mese fa durante la presentazione del report sui data broker che negli USA sono ormai tanti e hanno raccolto miliardi di file con informazioni personali su cittadini americani e non, sui loro acquisti, sulle loro famiglie, il loro reddito, lo stile di vita, le condizioni di salute e tanto altro. Uno soltanto dei tanti data broker citati nel report, possiede nel suo database miliardi di informazioni sulle transazioni online effettuate dai consumatori, dati che valgono miliardi di dollari. Un altro, Acxiom, ha dichiarato di avere informazioni nel suo data center su circa il 10% della popolazione mondiale, con circa 1500 record informativi per ogni individuo.

I data broker, detti anche rivenditori di dati, sono società private che raccolgono dal Web, dalle carte di credito, dai telefonini, dalle email, dai GPS, dai social network e dagli archivi pubblici disponibili, informazioni personali su singole individui, consumatori e cittadini, costruiscono i profili delle persone e rivendono le informazioni raccolte ad altre aziende private e organizzazioni commerciali o pubblicitarie. I data broker sono la testimonianza diretta di come oggi, più che mai, l’informazione è denaro. Loro sanno che i dati hanno grande valore (in questo caso economico) e li acquisiscono da qualsiasi fonte digitale senza informare gli interessati o le amministrazioni pubbliche e i governi. Nella società della conoscenza del nuovo millennio le informazioni digitali costituiscono il nuovo petrolio di cui sono disponibili immensi giacimenti che i data broker scandagliano H24 tutti i giorni dell’anno, senza che al momento nessun privato e nessuna autorità pubblica li controlli.

I data broker sono a conoscenza di un’enorme quantità di informazioni relative alla vita e ai comportamenti delle persone (Living Big Data) e vendono queste informazioni ai pubblicitari, alle banche, alle compagnie assicurative e ai datori di lavoro che vogliono conoscere ogni cosa dei loro dipendenti. È evidente, come richiesto negli Stati Uniti dalla FTC, che è necessario rendere più trasparente di come è oggi l’attività dei data broker per tutelare la privacy dei cittadini. È necessario rendere simmetrico il rapporto tra le persone e i broker: loro conoscono noi e noi vogliamo conoscere loro e i loro dati che riguardano noi. Ognuno dovrebbe sapere e verificare cosa i data broker sanno di lui, quali dati hanno raccolto, se sono corretti (come nel caso di quel genitore che ha appreso che la sua giovane figlia era incinta tramite un’offerta commerciale di un’azienda cliente di un data broker) o errati (come nel caso della donna che è stata accusata ingiustamente di essere una spacciatrice di anfetamine sulla base di dati che un data broker aveva su di lei), a chi li vendono, anche per poter impedire ai data broker di vendere la nostra intimità, la nostra vita a soggetti che potrebbero usarli anche contro di noi. Servono leggi per regolare tutto questo e serve informare i cittadini per permettere loro di essere consapevoli su come i data broker usano i loro dati.

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