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Gli orti degli altri/1
Florindo Rubbettino

Calabria

Tempo di lettura: 
2 minuti 34 secondi

FRANCESCO MOLLO

La letteratura e il cinema hanno trattato molto il tema della casualità.

Necessità, abitudine o passione. Coltivare l’orto è un’attività più diffusa di quel che appare: è trasversale e non risente di posizioni sociali; anzi. Per questo ho deciso di mollare tutto (anche il mio orto) e andare a veder quello degli altri. Convinto che nell’orto ci si spoglia (quasi sempre): dai “panni buoni”, dalle apparenze e dalle forme obbligate. Per starsene, semplicemente, con i piedi e le mani nella terra.
PRIMA TAPPA: SOVERIA MANNELLI
È l’editore calabrese per eccellenza, soddisfatto di esserlo e di aver continuato al meglio il lavoro del padre. Meticoloso, rigoroso, certosino nell’impegno quotidiano, ha un orto che lui stesso definisce, «per compensazione», improvvisato e disordinato. Ma si muove tra i filari di zucche, pomodori e fagioli con la disinvoltura e il piglio di un contadino vero.
Chi avresti voluto essere?
Più che chi, so dove avrei voluto essere; e ne sarebbe conseguito chi sarei stato: in Scandinavia. Non in una delle sue moderne e vivibili capitali, ma in un piccolo porto. Perciò, complice la suggestione creata in me da certa letteratura nordica, spesso mi sono immaginato un pescatore.
Chi hai rischiato di essere?
Un funzionario di banca o il manager di una multinazionale alimentare. Ma è stato un rischio, o un impulso, controllato immediatamente. Appena laureato mi è giunta qualche offerta e sono stato tentato di fare qualche colloquio con banche importanti.
La tua sliding door (l’evento casuale – o quasi - che ti ha cambiato la vita)?
Non so se si possa definire tale, e non so se sia stata una circostanza vera o una provocazione di mio padre. Ma un giorno disse a me e mio fratello Marco che una grande casa editrice nazionale voleva comprare la Rubbettino. Da quel giorno non ho avuto più dubbi.
Che personalità, pensi, abbia il tuo orto?
Schizofrenico. Nel senso che per me è una sorta di compensazione: nel lavoro editoriale sono ossessionato dalla precisione, dai dettagli; il mio orto è invece ludico, creativo, sperimentale. E i risultati sono molto aleatori.
Qual è il tuo motivo di orgoglio, nell’orto?
Credo che sia un motivo comune a tutti quelli che coltivano la terra: vedere la vita nasce e riprodursi sotto le tue mani. Piantare un seme è simile a quello che faccio tutti i giorni al lavoro. Coltura e cultura hanno la stesso significato: si coltiva un autore, un’opera, come si fa in agricoltura. Dà soddisfazione che ciò che pianti poi cresca e lasci un segno.
A cosa/chi pensi quando stai nell’orto?
Che mi posso permettere uno dei più grandi lussi. E che per anni, spinti dalla fretta di affrancarci dalla cultura contadina che ci faceva sentire poveri e arretrati, abbiamo buttato via uno dei più grandi doni che il Signore, che la natura ci ha dato. Penso al piacere della riscoperta della terra, e la capacità che mi offre di liberare energie creative che il lavoro di routine preclude. 

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