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Torniamo a fissare il nostro orizzonte (d'attesa)

Calabria

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1 minuto 50 secondi

FRANCESCO MOLLO

La letteratura e il cinema hanno trattato molto il tema della casualità.

Scusate il ritardo, ma ero lì – tra il muretto a secco e la quercia grande che quando c’è vento scricchiola come gangli arrugginiti - a fissare,  smarrito, il mio orizzonte d’attesa. E se non bastasse, poi, mi ha raggiunto mio padre. E ho dovuto dirglielo: è inutile che guardi anche tu, fattene una ragione: io e te abbiamo (sempre avuto) orizzonti d’attesa molto diversi.
Mi è capitato, qualche sera fa, di imbattermi in un giovane dottorando di sociologia pronto a partire per la Germania (ma anche per Reggio Calabria) dove verificare quanto del suo impianto teorico sia buono per descrivere le aspettative e le aspirazioni (fidatevi: non sono sinonimi) dei nuovi giovani europei. Dove per nuovi sta per “figli di migranti”.
Impeccabile lezione di rigore lessicale, la sua; che però ha aumentato a dismisura la mia già grande frustrazione. Pare che siano loro, i figli dell’umanità migrante, a saper aspirare meglio. Noialtri, che a furia di aspirare a tutto ci siamo intossicati l’anima e ora abbiamo perso la capacità (o abbiamo acquisito l’alibi morale per non farlo più) di aspirare ancora.
Mio padre, come tutti i suoi coetanei, sapeva benissimo a casa aspirare. E poteva ragionevolmente attendersi di raggiungere molti dei (pochi) risultati anelati. Io, come tutti i miei coetanei, ho sempre avuto davanti un orizzonte frastagliato: ricco, caleidoscopico; onnivoro. E non ci ho mai capito una sega.
Ma il futuro è una cosa seria, dicono con serietà i sociologi: il futuro è un fatto culturale, che mette al centro la capacità, l’attitudine (addirittura) di aspirare. Perché aspirare non è solo una questione  privata, anzi: le aspirazioni sono politica; come dice Appadurai, “nutrono la democrazia”. E la stessa capacità di aspirare è per i poveri, cioè per una parte gigantesca dell'umanità, la premessa per riconoscere la propria condizione, per prendere parola, per protestare e federarsi; per cambiare la propria vita.
Ma di che cosa vado a occuparmi, io. Perché non perdo la stupida aspirazione di uscire, ogni volta, dai rassicuranti confini del mio orto?

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