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Diario di una 40enne
semi - (in)occupata.
Parte prima. Io come Paul Auster

Calabria

Tempo di lettura: 
4 minuti 29 secondi

MITA BORGOGNO

Giornalista professionista. Polemicamente glam. Vanitosa con ironia. La trovate su Twitter, Fb, G+, Pinterest, ha un tumblr e anche un account su Storify. Vorrebbe raccontare storie. Le vostre e forse anche un po' la sua.

Aiutare qualcuno a traslocare è come fare sesso orale, ti sarà debitore per sempre!
(da Scrubs)

Lo so, sono un’incostante, che poi è il motivo per cui neanche da ragazzina, o negli anni complessi e dettati dal batticuore dell’adolescenza, ho mai tenuto un diario. Non perché le cose non mi succedano. Ma, o mi capitano tutte insieme e mi travolgono o ci passo sopra come un panzer, ignorandole, mettendole da parte. 
Quindi anche ora, 40enne in crisi (sempre con il batticuore) e semi (in)occupata, probabilmente qualcosa di me stessa, finirò per perdermela. La mia nuova vita, del resto, è iniziata come era finita. Con un trasloco (quasi due). Paul Auster  in 65 anni di vita ne ha contati 21 (lo scrive, egregiamente, in Diario d’inverno)  in 40, io, 18. Lui si muoveva tra Parigi, New York e dintorni. Io più modestamente tra Roma, Cosenza e Bisanzio. E Perugia. Se tanto mi da tanto lo prendo e magari supero pure, nel frangente potrei anche arrivare a scrivere, non come lui, ma insomma, applicarmi. Tra uno scatolone e un altro. Una lacrima e una crisi di nervi. Alla perenne ricerca di “ma quella sciarpa, dove sarà finita?” o qualunque altro oggetto, svariati a dire il vero, perdo per ogni trasloco fatto. La mia stanza, nella casa-madre bizantina, è un substrato di scatole svuotate, una stratificazione di ricordi per ordine di luoghi in cui ho vissuti. In ognuno ho lasciato qualcosa di me, foss’anche polvere. Alcune le ho amate, poche le ho detestate, altre sono state solo letti in cui dormire. Ovviamente ancora non ho finito. Magari. Mi divido, tra la Capitale e la bizantina. 
La settima scorsa poi mi sono presa una pausa dalla mia (in)occupazione. Ho fatto la zia h24. Ecco, alla faccia della modernità, quello è un mestiere che potrei fare per sempre. Anche perché, grazie alle mie meravigliose creature, non ho pensato al fatto che l’unica proposta  ricevuta (non distinguo tra decente e indecente, non è più stagione)  è stata quella di uno stage  di tre mesi (gratuito e poi ciao, amico, ciao) . 
Ah, c’è stato Sanremo. L’ho visto tra una Peppa Pig e un Sandrino l’investigatore. Giusto il tempo per amare Max Gazzè e Raphael Gualazzi. E Silvestri, vestito. C’ho le scuole basse, in fatto di musica. A

Lo so, sono un’incostante, che poi è il motivo per cui neanche da ragazzina, o negli anni complessi e dettati dal batticuore dell’adolescenza, ho mai tenuto un diario. Non perché le cose non mi succedano. Ma, o mi capitano tutte insieme e mi travolgono o ci passo sopra come un panzer, ignorandole, mettendole da parte. Quindi anche ora, 40enne in crisi (sempre con il batticuore) e semi (in)occupata, probabilmente qualcosa di me stessa, finirò per perdermela. La mia nuova vita, del resto, è iniziata come era finita. Con un trasloco (quasi due). Paul Auster  in 62 anni di vita ne ha contati 25 (lo scrive, egregiamente, in Diario d’inverno. Un diario, appunto. Mi esercito leggendone)  in 40, io, 18.
Lui si muoveva tra Parigi, New York e dintorni. Io più modestamente tra Roma, Cosenza e Bisanzio. E Perugia, come dimenticare i gloriosi anni dell'Onaosi e non solo.
 Se tanto mi da tanto lo prendo e magari supero pure, nel frangente potrei anche arrivare a scrivere, non come lui, ma insomma, applicarmi. Tra uno scatolone e un altro. Una lacrima e una crisi di nervi. Alla perenne ricerca di “ma quella sciarpa, dove sarà finita?” o qualunque altro oggetto, svariati a dire il vero, che perdo per ogni trasloco fatto. La mia stanza, nella casa-madre bizantina, è un substrato di scatole svuotate, una stratificazione di ricordi per ordine di luoghi in cui ho vissuti. In ognuno ho lasciato qualcosa di me, foss’anche polvere. Alcune le ho amate, poche le ho detestate, altre sono state solo letti in cui dormire.
Ovviamente ancora non ho finito. Magari. Mi divido, tra la Capitale e la bizantina.
La settima scorsa poi mi sono presa una pausa dalla mia (in)occupazione. Ho fatto la zia h24. Ecco, alla faccia della modernità, quello è un mestiere che potrei fare per sempre. Anche perché, grazie alle mie meravigliose creature, non ho pensato al fatto che l’unica proposta  ricevuta (non distinguo tra decente e indecente, non è più stagione)  è stata quella di uno stage  di tre mesi (gratuito e poi ciao, amico, ciao) . Ah, c’è stato Sanremo. L’ho visto tra una Peppa Pig e un Sandrino l’investigatore.
Giusto il tempo per amare Max Gazzè e Raphael Gualazzi. E Silvestri, vestito. C’ho le scuole basse, in fatto di musica. 

 

...E i ragazzi del trasloco avevano 

fatto in fretta 

a stanare i miei amori dai cassetti 

e dalle scatole di latta 

qualcuno in macchina, altri ancora 

solo in maglietta 

i miei amori via 

giù per quelle scale, via 

ognuna sola e a bordo 

della sua fotografia 

traslocando 

(Traslocando, Ivano Fossati per Loredana Bertè)

 

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