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Eticamente frivoli
"cangiari" si può

Calabria

Tempo di lettura: 
2 minuti 57 secondi

MITA BORGOGNO

Giornalista professionista. Polemicamente glam. Vanitosa con ironia. La trovate su Twitter, Fb, G+, Pinterest, ha un tumblr e anche un account su Storify. Vorrebbe raccontare storie. Le vostre e forse anche un po' la sua.

Chi cuce senza far nodo al filo perde filo e sospiro.
Io ho la fortuna di averlo un capo loro. Una meravigliosa gonna verde (come la speranza, sì). Me l'ha regalata il mio amore. Al ritorno da un viaggio a Milano mi disse: "Ti ho trovato anche lì". 
Il "trovarmi" indica cose belle calabresi. Lo so, è l'ultimo dei romantici. Loro sono "Cangiari" un marchio calabrese di moda -etica. Su Cangiari noi calabresi dovremmo già sapere tutto. Nel caso ci fossero ancora sacche (di colpevole) ignoranza, consiglio un giro sul loro sito http://www.cangiari.it/contatti.html. In sintesi sono un brand di alta moda che produce tessuti e capi di abbigliamento. Nella locride. Fatti a mano, al telaio. Per avere un metro di stoffa ci vogliono dalle tre alle sei ore. Impiegano donne in una terra disagiata. Lavorano recuperando la tradizione. La mia non è pubblicità spicciola, non mi regalano nulla, giuro, è solo la voglia di far conoscere una iniziativa che partita da Gerace dieci anni fa, nei giorni scorsi ha sfilato a Parigi nelle sale dell'hotel de Gallifet, sede dell'Istituo di Cultura Italiano. L'ultima collezione è stata disegnata da Paulo Melin Andersson, "già" un sacco di cose, era nel team di Martin Margiela, poi direttore creativo di Chloé e disegn director di Marni. La sfida è etica in un mondo frivolo come quello della moda. Etica perché la produzione è rigorosamente made in Italy e formata da cooperative sociali. A parte lo showroom a Milano (in locali confiscati alla 'ndrangheta) ne hanno uno a New York e uno a Parigi. Nella sala in cui hanno sfilato c'era un arazzo di stoffa di ginestra tessuto al telaio. Ha 150 anni e non fa una piega. 

Chi cuce senza far nodo al filo perde filo e sospiro (proverbio)

Io ho la fortuna di averlo un capo loro. Una meravigliosa gonna verde (come la speranza, sì). Me l'ha regalata il mio amore. Al ritorno da un viaggio a Milano mi disse: "Ti ho trovato anche lì". Il "trovarmi" indica cose belle calabresi. Lo so, è l'ultimo dei romantici.
Loro sono "Cangiari" un marchio calabrese di moda -etica. Su Cangiari noi calabresi dovremmo già sapere tutto. Nel caso ci fossero ancora sacche (di colpevole) ignoranza, consiglio un giro sul loro sito http://www.cangiari.it/contatti.html. In sintesi sono un brand di alta moda che produce tessuti e capi di abbigliamento. Nella locride. Fatti a mano, al telaio. Per avere un metro di stoffa ci vogliono dalle tre alle sei ore. Impiegano donne in una terra disagiata. Lavorano recuperando la tradizione. La mia non è pubblicità spicciola, non mi regalano nulla, giuro, è solo la voglia di far conoscere una iniziativa che partita da Gerace dieci anni fa, nei giorni scorsi ha sfilato a Parigi nelle sale dell'hotel de Gallifet, sede dell'Istituo di Cultura Italiano.
L'ultima collezione è stata disegnata da Paulo Melin Andersson, "già" un sacco di cose, era nel team di Martin Margiela, poi direttore creativo di Chloé e disegn director di Marni. La sfida è etica in un mondo frivolo come quello della moda. Etica perché la produzione è rigorosamente made in Italy e formata da cooperative sociali. A parte lo showroom a Milano (in locali confiscati alla 'ndrangheta) ne hanno uno a New York e uno a Parigi.
Nella sala in cui hanno sfilato c'era un arazzo di stoffa di ginestra tessuto al telaio. Ha 150 anni e non fa una piega. 

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