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La deposizione di Anna Maria Cerminara

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CATANZARO – E due. Salgono a due i collaboratori di giustizia nell’ambito del processo con il rito abbreviato scaturito dall’inchiesta che un anno fa portò all’operazione Basso Profilo, condotto dalla Dia contro una presunta cricca affaristico-mafiosa di cui avrebbe fatto parte perfino l’ex assessore regionale al Bilancio, Francesco Talarico, imputato di voto di scambio.

Ma quello che più conta è che si tratta di una donna, fatto inusuale a queste latitudini. Le donne contribuiranno a sconfiggere la ‘ndrangheta. A revocare i precedenti difensori e a rendere dichiarazioni spontanee sostanzialmente ammissive è stata ieri, dinanzi al gup distrettuale Simona Manna, Concetta Di Noia, moglie di Tommaso Rosa, entrambi di Sellia Marina; lui ha iniziato a “cantare” nelle settimane scorse, lei lo ha fatto ieri, tant’è che il pm Antimafia Paola Sirleo, proprio tenendo conto dell’attenuante della collaborazione con la giustizia, ha ridotto le proposte di pena.

Da 20 anni di reclusione per Rosa la pena richiesta è scesa a 8, e per la Di Noia da 14 a 8. Entrambi sono accusati di associazione a delinquere, con aggravante mafiosa, finalizzata all’emissione di fatture per operazioni inesistenti per un importo di oltre mezzo milione di euro, e riciclaggio col ruolo di capi promotori e organizzatori, insieme all’imputato chiave, Antonio Gallo, l’imprenditore di Sellia Marina che grazie all’appoggio dei clan del Crotonese avrebbe assunto una posizione di monopolio negli appalti in materia anti-infortunistica.

Se Rosa ha sostanzialmente riferito agli inquirenti, e confermato in aula, di essere stato il braccio destro di Gallo, ieri la Di Noia ha ammesso di essere stata una stretta collaboratrice del marito nella predisposizione delle carte finalizzate all’evasione sul valore aggiunto e sui redditi per consentire un rimborso indebito.

Era lei, infatti, l’addetta alla stesura delle fatture su indicazione di Rosa e Gallo, un reato che la Dda ritiene aggravato dalla finalità dell’agevolazione alle cosche Trapasso di San Leonardo di Cutro, Ferrazzo di Mesoraca e Bagnato di Roccabernarda. La Di Noia ha peraltro ammesso che un suo figlio è stato battezzato da Antonio Santo Bagnato, capobastone di Roccabernarda (che ha scelto il rito abbreviato), anche se lei non sapeva che fosse un mafioso.

Deponendo in videoconferenza, collegata da un sito remoto, la donna ha ricostruito, nel corso di due ore, incalzata dal pm Sirleo, il meccanismo delle false fatturazioni che comportava l’accredito sui conti delle società delle somme erogate da parte dell’impresa beneficiaria quale corrispettivo per gli acquisti di beni o servizi soltanto apparentemente resi. Un lungo elenco di operazioni volte a impedire l’identificazione della provenienza delittuosa delle somme attraverso prelievi o altre attività che venivano compiute per sottrarle al tracciamento bancario.

Donne collaboratrici di giustizia, un fenomeno che si sta riproponendo, se si consideri che nelle stesse ore la catanzarese Anna Maria Cerminara, ex convivente di Giovanni Passalaqua, l’ideatore della famigerata rapina al caveau della Sicurtransport di Caraffa del dicembre 2016 sulla quale ha già contribuito a fare luce, testimoniava, nel processo Malapianta, dinanzi al Tribunale penale di Crotone, sulle dinamiche della famiglia mafiosa Mannolo di San Leonardo di Cutro, dove lei fino a qualche tempo fa era di casa.

La deposizione di Anna Maria Cerminara

Prima ha contribuito a fare luce sull’assalto al caveau di Caraffa, la mega rapina fruttata otto milioni di euro spartiti dalle cosche della quale l’ideatore era stato il suo ex convivente Giovanni Passalacqua, personaggio di spicco della malavita di origine rom stanziata a Catanzaro; ora racconta gli affari della famiglia mafiosa dei Mannolo di San Leonardo di Cutro, dove lei era di casa, tra feste e matrimoni «con 800, 900 invitati» e «prezzo di favore» praticato dagli esercenti. «Venivamo a mangiare anche due volte a settimana a San Leonardo», ricorda Anna Maria Cerminara, essendo Dante Mannolo, nipote del boss Alfonso Mannolo e cugino omonimo del pentito del clan, genero di Passalacqua. Ieri Cerminara è stata chiamata a testimoniare, in videoconferenza, nel processo col rito ordinario scaturito dall’inchiesta che portò all’operazione Malapianta (quello col rito abbreviato è già sfociato in condanne per oltre tre secoli e mezzo di carcere). Inquadrata di spalle dalla camera e col in testa un passamontagna, il suo racconto, per circa un’ora, si è dipanato attraverso molti «non ricordo» perché, come ha spiegato al presidente del collegio giudicante, Massimo Forciniti, al pm Antimafia Pasquale Mandolfino e all’avvocato Paolo Carnuccio, difensore di Alfonso Mannolo, che l’hanno incalzata a lungo, ha voglia di «dimenticare questa famiglia che mi ha rovinata», ha detto. «Il più autorevole» in senso criminale, secondo la sua versione, era proprio Alfonso Mannolo. «Aveva persone sotto, prendeva decisioni, dirimeva contrasti e aveva l’ultima parola nelle riunioni».

Ma la Cerminara sa anche di attriti tra Passalacqua e il capoclan per il mancato versamento di parte del bottino. La donna si è soffermata sulle dinamiche della famiglia mafiosa, con riferimento anche ai figli di Alfonso che «si sentivano più importanti» rispetto al ceppo dei “Pecorari” cui apparteneva il Dante Mannolo, figlio di “Ciccio”, componente del commando che mise a segno la mega rapina, da non confondere col cugino omonimo che «gestiva i caffè, i bar, faceva truffe e cambiava banconote deteriorate in una banca di Botricello dove lavorava un suo amico».

Dante Mannolo figlio di Alfonso e il cugino Giuliano, stando al racconto della collaboratrice di giustizia, riuscivano ad avere anticipazioni sui blitz antimafia. «A un carabiniere o un finanziere di Botricello facevano regali perché li avvisava». In particolare, la Cerminara sa della corresponsione di 3000 euro a un sottufficiale che li avrebbe informato di una retata contro la cosca di Cirò. Ma a veicolare informazioni riservate al clan sarebbe stato anche un avvocato del Foro di Catanzaro. La Cerminara ha confermato di aver visto a San Leonardo droga e armi nascosti nei borsoni e ha precisato che anche Dante Mannolo oggi pentito partecipava ai summit. Lo sa perché una volta l’altro Dante disse che «non condivideva quello che disse il cugino quando prese parola».

«Giuliano si occupa di usura, Fabio e Ivan di droga, Dante di truffe, sono una famiglia unita». La rivalità era con l’altra famiglia mafiosa stanziata a San Leonardo di Cutro, il cui capo è Giovanni Trapasso. «I Mannolo hanno brindato quando fu arrestato “’u panzutu”», come era appellato in senso spregiativo il capo dell’omonimo clan con proiezione nel Catanzarese, a Cropani, feudo dei Trapasso. Perché «Alfonso Mannolo era più autorevole e al di sopra di Trapasso». O almeno tale si considerava.

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