X
<
>

Domenico Tallini

Tempo di lettura 4 Minuti

CATANZARO – Venti richieste di condanna, per un totale di 195 anni di carcere, per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato nel corso dell’udienza preliminare in cui è sfociata l’inchiesta che un anno fa portò all’operazione Farmabusiness, con cui la Dda di Catanzaro ritiene di aver dimostrato che la cosca Grande Aracri di Cutro sarebbe stata in grado di infiltrarsi in maniera sofisticata nel redditizio mercato farmaceutico grazie all’appoggio dell’ormai ex presidente del consiglio regionale Domenico Tallini, ai tempi in cui il noto politico catanzarese era assessore al Personale: per lui, in particolare, è di 7 anni e 8 mesi di reclusione la richiesta formulata dal pm Antimafia Domenico Guarascio.

C’è anche lui, infatti, tra gli ammessi al processo col rito alternativo dal gup distrettuale Barbara Saccà: deve rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio, accuse per le quali finì agli arresti domiciliari, anche se il Tribunale del riesame di Catanzaro annullò nei suoi confronti l’ordinanza di custodia cautelare consentendogli di rientrare come consigliere regionale a Palazzo Campanella.

L’inchiesta avrebbe delineato i nuovi assetti del clan i cui vertici erano stati decapitati dopo l’operazione Kyterion del gennaio 2015. A novembre 2020, undici persone finirono in carcere e otto ai domiciliari, tra queste l’avvocato Domenico Grande Aracri, fratello del boss ergastolano Nicolino (la cui posizione è stata stralciata): per il presunto colletto bianco del clan lapena richiesta è di 6 anni.

Ma ecco le richieste nel dettaglio: 8 anni per Santo Castagnino (59 anni), di Mesoraca; 8 anni per Giuseppe Ciampà (43), di Cutro; 10 anni per Elisabetta Grande Aracri (39), di Cutro; 10 anni per Salvatore Grande Aracri (35), di Cutro; 14 anni per Salvatore Grande Aracri (42), di Cutro; 18 anni per Gaetano Le Rose (49), di Cutro; 12 anni per Giuseppina Mauro (57), di Cutro; 10 anni per Pancrazio Opipari (46), di Sellia Marina; 14 anni per Salvatore Romano (33), di Cutro; 16 anni per Domenico Scozzafava (40), di Catanzaro; 8 anni per Leonardo Villirillo (54), di Crotone; 9 anni per Paolo De Sole (47), di Roma; 7 anni e 8 mesi per Domenico Tallini (69), di Catanzaro; 6 anni per Domenico Grande Aracri (56), di Cutro; 14 anni per Tommaso Patrizio Aprile (56), di Potenza; 8 anni per Maurizio Sabato (55), di Catanzaro; 8 anni per Donato Gallelli (46), di Catanzaro; 10 anni per Serafina Brugnano (44), di Cutro; 8 anni per Gaetano Le Rose (46), originario di Cutro ma residente nel Parmense.

Ha chiesto il patteggiamento Giovanni Abramo (45), di Cutro, genero del boss, accusato di intestazione fittizia, che, in un interrogatorio reso “per motivi di giustizia” nel gennaio scorso, confermava il progetto della cosca di avvicinare Tallini.

Hanno optato per il rito ordinario e sono già stati rinviati a giudizio Pasquale Barberio (66), nato a Lamezia ma residente a Isola Capo Rizzuto, Lorenzo Iiritano (62), di Catanzaro, Raffaele Sisca (49), di Crotone.

Il pm nella sua requisitoria ha sottolineato che erano “tutti soci” ed è “implausibile” che non ci fosse un accordo e che il politico non sapesse che dietro l’affare c’era la cosca. Le indagini condotte dai carabinieri dei Reparti operativi di Crotone e Catanzaro si erano incentrate, si ricorderà, sul consorzio Farma Italia e la società di capitali collegata Farma Eko, i cui magement erano direttamente controllati dalla cosca.

Tallini, secondo gli inquirenti, avrebbe speso il suo ruolo di assessore regionale per favorire la conclusione dell’iter amministrativo per il rilascio delle autorizzazioni necessarie allo svolgimento dell’attività del Consorzio FarmaItalia riconducibile alla cosca Grande Aracri, ovvero la commercializzazione all’ingrosso di prodotti farmaceutici e parafarmaceutici. Fu costituito un network con una ventina di punti vendita in Calabria, due in Puglia e uno in Emilia.

Ma sullo sfondo c’era anche il progetto di truffare il Servizio sanitario nazionale esportando illegalmente farmaci oncologici rivendendoli all’estero con profitti enormi. Tutto nasce, manco a dirlo, nella ormai famigerata tavernetta del boss di Cutro, nel giugno 2014, dove il boss, allora in un periodo di libertà, fu monitorato dalle Dda di mezza Italia.

L’inchiesta avrebbe anche disvelato il ruolo delle donne nel clan. Giuseppina Mauro, Elisabetta Grande Aracri, rispettivamente moglie e figlia di Nicolino Grande Aracri, Serafina Brugnano, moglie di Ernesto Grande Aracri, fratello del boss (per la prima, lo ribadiamo, la richiesta è di 12 anni, per le altre due di 10 anni ciascuna), avrebbero rivestito una posizione di vertice nei periodi in cui i rispettivi congiunti, promotori della consorteria, erano detenuti, fornendo direttive agli affiliati, gestendo gli introiti, ricevendo per esempio il denaro dagli imprenditori omonimi Gaetano Le Rose, cugini, intervenendo per eludere le indagini sulle armi in dotazione al clan.

È in seguito al loro coinvolgimento che il boss aveva intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia, poi ritenuto inattendibile dalla Dda proprio per il tentativo di sminuire la posizione dei suoi familiari.

Intrusioni anche nella green economy: Giuseppe Ciampà si sarebbe occupato del commercio di cippato da destinare alle centrali a biomasse, sfruttando false fatturazioni e consegnando denaro direttamente al boss Grande Aracri, alla moglie e alla figlia. E tentacoli sul gaming, a cui era preposto Santo Castagnino, mesorachese, con l’imposizione di videopoker.

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA