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Franco Papitto

Tempo di lettura 3 Minuti

di GIANFRANCO MANFREDI

Appena è circolata la tristissima notizia, di quelle che mai avremmo voluto dare, nella cerchia di colleghi giornalisti e soprattutto di amici è venuto giù un silenzio doloroso di profondo cordoglio e affetto fraterno. Ci siamo stretti, idealmente, in un abbraccio forte col caro Franco Papitto che ci ha lasciati più soli spegnendosi oggi a Catanzaro all’età di 79 anni.

Ci siamo sentiti tutti per molti versi “traditi” dalla sua scomparsa. E assaliti dai ricordi: Sergio Sergi, Filippo Veltri, Pantaleone-“Lullo” Sergi, Mimmo Gangemi, Carlo Macrì e Nuccio Iovene, Gianni Speranza e poi gli altri che, anche distanti da noi, Franco ci aveva fatto incontrare e poi frequentare, come Fabrizio Falvo e la cerchia “maidese”, amici-parenti, Pino Lo Prete, Gianni Carrìa, il professor Leopardi Ciriaco e il sindaco Salvatore Paone.

L’avevo conosciuto oltre mezzo secolo fa, negli anni ’68-70, quando, insieme a Franco Oliva era diventato protagonista di primo piano del movimento studentesco lametino. Era tornato, perché era nato a Maida il 4 marzo 1943 e a Nicastro aveva studiato al Liceo Fiorentino. Di lui avevo vaghi ricordi familiari perché, insieme a Claudio Caterisano e Carlo Scaramuzzino, costituivano un inseparabile quartetto di amici con un mio cugino.

Franco Papitto e Franco Oliva, portarono a Lamezia il vento, e le turbolenze, della contestazione giovanile e del movimento studentesco. Furono la scintilla d’una fase vivacissima e largamente partecipata di mobilitazione rimasta scolpita nell’immaginario collettivo come momento cruciale di sogni, progetti e delusioni, di profonde rotture col passato ma anche di epocali aperture.

Poi c’eravamo a lungo persi di vista e avevo solo saputo che era diventato giornalista economico e lavorava a Radiocor, l’agenzia di stampa del Sole 24 Ore. Era giornalista a Bruxelles, come sua moglie Mirella Pagnanelli (anche lei proveniente da Radiocor) e poi diventata responsabile dell’ufficio di corrispondenza dell’Agi.

Franco era uscito dall’anonimato del giornalismo di agenzia negli anni 80 quando era passato a Repubblica e la sua firma era diventata assai nota. L’ho ritrovato una gelida sera a Bruxelles (più di trent’anni dopo le nostre frequentazioni lametine) e non ci siamo più persi di vista. Ero lì per un “educational” di giornalisti italiani al Parlamento europeo e mi portò a cena nella sua bella casa dotata di cantina interrata e, soprattutto, profonda di etichette di pregio.

A Bruxelles constatai che l’inviato di Repubblica Franco Papitto era principe riconosciuto del giornalismo europarlamentare. Con Romano Dapas, Antonio Foresi, Sergio Sergi, Andrea Bonanni, Paolo Valentino, Adriana Cerretelli, Pascale Van Hees, Paolo Cantore, Gianni Marsilli e Paolo Soldini costituivano il gruppo dominante della scena giornalistica, non solo per il versante italiano.

Dei suoi successi professionali, però, era geloso custode, riservatissimo. Pochi sanno, per esempio che è stato autore della voce “CEE” per l’Enciclopedia Italiana Treccani. Col suo rientro a Maida, parallelamente alla pensione, Franco si entusiasmò per l’avventura alla direzione del Lametino – una scommessa e, insieme, una sfida – e poi con l’epica battaglia elettorale, dieci anni fa, per la carica di sindaco del paese natale.

Negli anni la nostra vecchia amicizia s’è arricchita, oltre che di magnifiche serate, anche di confronti, discussioni e di reciproci consigli di lettura (i suoi sempre molto stimolanti e curiosi di novità). Visceralmente legato alla moglie Mirella, venuta a mancare nel 2016, adorava – letteralmente – i figli Alessandra ed Enrico che oggi vivono in Francia.

La Calabria, il Mezzogiorno, l’Italia, l’Europa: quattro realtà, quattro appartenenze e altrettante identità. Sono, insomma, i punti cardinali della figura di Franco Papitto, giornalista di razza, intellettuale e anche gourmet raffinato.

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