X
<
>

Mons. Antonio Cantisani

Tempo di lettura 8 Minuti

20 SETTEMBRE 1980 – 20 SETTEMBRE 2020. Quarant’anni fa l’arcivescovo Antonio Cantisani, oggi emerito, originario di Lauria (Potenza), classe 1926, iniziava il ministero episcopale a Catanzaro. Una ricorrenza importante per la nostra Chiesa locale. E a questa se ne aggiunge un’altra: i venticinque anni dalla promulgazione del primo Sinodo dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace (20 settembre 1995), indetto e chiuso dallo stesso mons. Cantisani. È con lui che ripercorriamo le tappe fondamentali del suo lungo episcopato – 22 anni di governo della diocesi, fino al 2003 – e il suo legame del tutto speciale con Catanzaro.

Padre Antonio, esattamente 40 anni addietro l’ingresso solenne nella Cattedrale di Catanzaro. Che ricordo ha di quel giorno?
«Quarant’anni! Ed ero già vescovo da nove anni! C’è solo da render lode al Signore. Ricordo di quel giorno soprattutto la grande folla che in Cattedrale accoglieva entusiasticamente la mia parola. E pensavo: con questo popolo farò certamente un buon cammino. Ed è andata così».

Lei era già arcivescovo di Rossano, dal 1971. Come ha appreso della promozione alla sede episcopale di Catanzaro e, contestualmente, a quella di Squillace?
«Il 15 marzo 1980 fui chiamato a Roma presso la Congregazione dei Vescovi e mi fu detto che ero destinato alla sede arcivescovile di Catanzaro e alla sede vescovile di Squillace. La nomina, però, sarebbe stata pubblicata dopo l’accettazione delle dimissioni di mons. Fares. Avvenne il 31 luglio 1980. Mi fu solo raccomandato di continuare a fare il pastore, come da parroco a Sapri e da vescovo a Rossano, aiutando il popolo a vivere nello spirito del Concilio Vaticano II. Una confidenza: mi fu anche detto che venivo mandato a Catanzaro anche per l’amore che nutrivo per il Seminario Teologico Regionale “S. Pio X”, come segno di comunione fra le Chiese di Calabria».

Le realtà di Catanzaro e di Squillace saranno unite nel 1986 nell’unica arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, elevata nel 2001 a sede metropolitana.
«La riforma istituzionale per la ristrutturazione delle diocesi avvenne lo stesso giorno per tutta l’Italia. Ritenevo che l’autonomia di Squillace sarebbe stata salvata. C’erano tutte le condizioni allora richieste: oltre 100mila anime, un clero più che sufficiente e qualificato, una vivace attività pastorale, tutte le strutture necessarie. Forse pochi sanno che agli inizi di marzo del 1982 scrissi alla Santa Sede, sostenendo esplicitamente che Squillace aveva diritto a un suo vescovo. Nulla da fare: probabilmente giocò a sfavore di Squillace la vicinanza con Catanzaro. Ci fu qualche momento di disagio. Poi, però, si accettò ì in spirito di fede la decisione di Roma. Si ebbe così una nuova realtà: il 30 settembre 1986 nasceva l’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace. Oggi giudico positivo l’intervento della Santa Sede: con l’unione delle forze l’unica comunità diocesana è senz’altro più qualificata spiritualmente e pastoralmente. Intanto va notato che Papa Francesco continua a seguire il criterio dell’accorpamento delle diocesi proprio per una più incisiva azione pastorale».

Nell’omelia per l’ingresso in città, Lei parlò di una “scelta di povertà” e di una “Chiesa Profezia, Servizio, Comunione”. Come guarda oggi a quella intuizione?
«Ho sempre ritenuto fondamentale la “scelta di povertà” per un’efficace attività pastorale. Oggi è proprio Papa Francesco che vuole una Chiesa povera, e “povera” vuol significare soprattutto libera. Già il Concilio ci ricordava che la coscienza è un valore assoluto. E i valori della Verità e della Giustizia vanno affermati ad ogni costo, innanzitutto all’interno della comunità cristiana. La Chiesa deve dire “no” ad ogni compromesso col potere. E deve ripristinare il privilegio come tentazione antievangelica. Come il suo Fondatore è mandata al mondo per servire così si comprende facilmente che la Chiesa non deve contare sui mezzi umani, ma sull’onnipotenza della grazia. D’altra parte, la Chiesa dev’essere povera anche nel senso più ovvio del termine: quanto più è lontano dall’altare il rumore del denaro, tanto più essa può gridare che l’unico tesoro che offre al mondo è Gesù Cristo, Salvatore universale. È certo che l’unico valido programma pastorale consiste nel puntare alla costruzione di una Chiesa che è Profezia, Servizio, Comunione. Alla scuola di Papa Francesco s’insisterà in particolar modo sulla sinodalità. È una dimensione costitutiva della Chiesa. Il camminare insieme dev’essere pertanto la prassi ordinaria della vita della comunità».

L’ex abate di San Paolo fuori le mura, Giovanni Franzoni, animatore di una Comunità di base post-conciliare, ricordava con commozione che Lei, da pochi mesi insediato a Catanzaro, è stato il primo (e forse unico) vescovo ad accogliere i partecipanti ad un Congresso nazionale delle Comunità di base. Un’attenzione del tutto particolare anche verso quei cattolici che, da alcuni, venivano definiti “dissidenti”?
«Ero stato invitato. E ritenni mio dovere di vescovo accogliere l’invito. C’è sempre da dialogare con tutti. Senza dialogo non c’è evangelizzazione. Andai a quel convegno per ascoltare. E ascoltai davvero. In fondo, anche dalle comunità di Base poteva venire e venne una spinta per rispondere concretamente alle istanze del Concilio Vaticano II».

Lei è anche il vescovo che nel 1984 accoglie Wojtyla a Catanzaro.
«Quel 6 ottobre 1984 può considerarsi davvero una data storica. Accolsi Giovanni Paolo II, proveniente in elicottero da Paola, al campo sportivo del quartiere Sala. Accompagnai il Pontefice in papamobile, indicandogli i tre Colli. Il Pontefice si recò direttamente in Cattedrale per rendere omaggio alla Chiesa locale. In episcopio salutò rapidamente le autorità e i miei familiari. Subito dopo in Piazza Prefettura per il saluto ufficiale della Città. Una folla mai vista! Di corsa, poi, allo stadio per la Messa solenne. Presenti non meno di 25mila fedeli. Un coro di settecento persone. Seguì un commovente saluto agli ammalati all’Ospedale “Pugliese”. E la conclusione al Seminario “S. Pio X” per l’incontro col clero. Erano 600 preti! Salutando il Papa prima della Messa gli avevo detto: “Un papa, Callisto II, ha fondato questa Chiesa, un altro Papa, Giovanni Paolo II, viene a rifondarla”. Vedevo nella grazia della visita apostolica l’inizio di una vita nuova per l’intera comunità. Oggi, dopo 36 anni, quella visita continua ad essere uno stimolo per una fede più intensamente vissuta».

Possiamo dire che l’evento più importante del Suo episcopato è il primo Sinodo dell’arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, celebrato dal 1993 al 1995?
«Sono stati molti gli eventi che ho vissuto durante il mio episcopato: oltre la visita del Papa vanno ricordati, tra gli altri, i due “Anni Bruniani”, due visite pastorali, l’incontro con il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, il Congresso Eucaristico Diocesano. Ma il Sinodo è senza alcun dubbio il più importante. Non sbagliai a definirlo storico. Nella diocesi di Catanzaro, peraltro, in nove secoli di storia, era solo il terzo sinodo. E poi perché per la prima volta a decidere non era solo il vescovo con i presbiteri, ma l’intero popolo di Dio. I delegati erano ben 250: in maggioranza laici. Certo, fu un’esperienza forte, di quella comunione che si è chiamati a vivere ogni giorno. Durò ben due anni, ma la preparazione era incominciata già nel 1989. Il giorno in cui promulgai il Sinodo era il 20 settembre 1995, 15mo anniversario del mio servizio a Catanzaro. Ero commosso, quel giorno. Consegnando il Libro del Sinodo dissi che era “un dono da custodire, un messaggio da annunziare, un impegno da condividere”. Il Sinodo finiva, ma in realtà incominciava. La Chiesa deve vivere permanentemente in stato di Sinodo».

Nel 2002, per San Vitaliano, utilizzò parole molto dure contro la legge Bossi-Fini, promuovendo, insieme ai parroci, alla Caritas e all’Azione Cattolica la raccolta di 100mila firme. È stato accusato di incitare alla disobbedienza civile. Lo rifarebbe?
«Indubbiamente si trattò di un intervento forte. In fondo, però, avevo pronunziato un’espressione che mi sembrava degna di rispetto. “La legge Bossi-Fini pone dei problemi alla mia coscienza di uomo, di cristiano, di vescovo”. Mi colpiva, quella legge, soprattutto, perché in concreto considerava reato l’aver fame. Non fui io a promuovere la raccolta delle firme; furono raccolte spontaneamente. Certo oggi più che allora affermo che i diritti umani, a cominciare dal diritto alla vita, sono inalienabili e inviolabili, sono universali, uguali per tutti. Non ci sono primi o secondi. D’altra parte, mi sembra miopia politica voler chiudere i porti per impedire che vengano da noi quanti rischiano la vita per sfuggire alla guerra, alla persecuzione, alla fame. Le migrazioni sono un fenomeno strutturale. Se non cambia l’attuale ordine (o disordine!) sociale, esse aumenteranno. Non nascondo che il problema è complesso: va risolto a livello europeo e internazionale, bisogna aiutare i Paesi più deboli ad autosvilupparsi e, in ogni ipotesi, occorre regolare i flussi migratori. Nel mio caso più che accusare di incitare alla disobbedienza civile, si sarebbe dovuto parlare di un accorato appello al rispetto della nostra Costituzione. Per i veri cristiani, poi, non c’è alcun dubbio: rifiutare profughi, richiedenti asilo e quanti hanno comunque bisogno, significa rifiutare Cristo presente in quelle persone».

Lei risiede a Catanzaro ormai da 40 anni e ne ha anche ricevuto la cittadinanza onoraria. Com’è cambiata questa città?
«Certo, fu un bel dono la cittadinanza onoraria. E ringrazio ancora. A dir la verità, però, mi sono sentito cittadino di Catanzaro a pieno titolo sin dal primo momento in cui ho baciato questa terra. E perciò sono rimasto. Per quanto riguarda la città, secoli di cultura non si cancellano facilmente. La città è sempre amabile, ricca di umanità, socialmente sensibile. Dopo tanti anni, però, mi sembra più rassegnata, passiva, quasi fosse destinata all’insignificanza pur essendo capoluogo di regione. No! Ci vogliono scelte chiare, progetti mirati, una seria programmazione. E, ovviamente, il coinvolgimento di tutti. Devono emergere energie nuove, che senz’altro la città possiede. E senza dimenticare che l’impegno per il bene comune è un preciso dovere per ogni cittadino. Ho, dunque, tanta fiducia. Credo sinceramente nella rinascita di Catanzaro».

Da arcivescovo emerito continua a nutrire un legame di amore con questa arcidiocesi e questa città…
«Ho raggiunto i miei anni di emerito circondato da tanto affetto, senza mai entrare – com’era peraltro mio preciso dovere – nelle scelte dei miei successori. Prego per la mia gente, ogni giorno. Celebro nella chiesa del Rosario e sempre con l’omelia. Mi offro, se richiesto, per qualche attività pastorale (cresima o predicazione). Partecipo ordinariamente alle manifestazioni più importanti della diocesi e alle riunioni della Conferenza Episcopale Calabra. Avendo, poi, il Signore aggiunto giorni alla mia vita e vita ai miei giorni, scrivo molto. Ho pubblicato in questi anni di emerito “Vescovi a Catanzaro”, dal Concilio di Trento al 1918, in quattro volumi, la biografia di mons. Fiorentino e, soprattutto, la traduzione in lingua italiana del Commento ai Salmi di Cassiodoro in sei volumi (circa 3.500 pagine). Proprio in questi giorni ho consegnato al mio editore la Storia della Diocesi di Catanzaro, in vista del IX Centenario della sua fondazione (1121-2021). Un servizio alla cultura, o più precisamente, un gesto di amore alla “mia” Catanzaro».

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

shares