Monsignor Vincenzo Bertolone

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UN magistero sociale importante, ricco di spunti di riflessione, quello dell’arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, Vincenzo Bertolone. Lo ringraziamo, quindi, per aver accettato di rispondere alle nostre domande sui temi della città, del suo futuro e del ruolo del capoluogo di regione, dell’emigrazione giovanile e dei cattolici in politica.

Il 16 luglio scorso, in occasione della festa di San Vitaliano, ha parlato della necessità di “costruire l’amicizia civica” e, al contempo, di “combattere l’ansia di sicurezza”. Avverte anche a Catanzaro il dilagare di quella cultura che, nel condannarla, papa Francesco ha definito “dell’odio e della paura”?

«Se “le città hanno un’anima”, come diceva il sindaco di Firenze Giorgio La Pira, allora non resta che illuminarne il fondo, se vi si vuole trovare il loro volto più vero. Il seminatore di zizzania è sempre in agguato, pronto a rubare il bene che fu seminato nel nostro cuore, ad oscurare anche il volto luminoso di una Catanzaro che conosce e apprezza i valori positivi scritti nel profondo della sua coscienza: bene, verità, giustizia, legalità. Ho invitato a interrogare la forte e feconda tradizione storica, culturale e religiosa della nostra città partendo dal basso, dai poveri, dai semplici, dai senza lavoro, da chi non ha voce, dagli immigrati. E solo così si costruisce amicizia civica e si combatte l’ansia di sicurezza, si vince la paura tessendo dialogo, fraternità, amicizia, e seminando ed interiorizzando i semi  e le scintille di spiritualità che la Chiesa offre. Senza spiritualità la città si riduce a deserto, a luogo senza luce, senza poesia, e senza speranza». 

“La città deve riscoprire la sua anima”, ha detto anche in occasione della festa del Patrono, invitando il sindaco Abramo a “favorire un dibattito aperto e costruttivo sulla città e sul suo futuro”. Qual è la Catanzaro che sogna?

«Immagino una città non solo capace, ma desiderosa di portare avanti quei progetti, che la facciano diventare un’area metropolitana. Una Catanzaro che faccia tesoro delle proprie eccellenze, ad esempio quelle in ambito sanitario, che tanto brillano specie in un contesto in cui non si contano, ovunque, gli episodi di malasanità. Una città che tragga orgoglio e linfa dal suo ateneo. Ma più di ogni altra cosa, sogno una Catanzaro aperta, inclusiva, plurale, attenta agli ultimi ed agli indifesi, gelosa custode del proprio spirito solidaristico e dell’attenzione al prossimo. So bene che questi “sogni” rischino di apparire tali, ma dividersi non realizza né le certezze né le risorse. Al contrario, le riduce contribuendo ad accrescere paure e insicurezze. Nel mezzo della tempesta, non è buttando in acqua i compagni di viaggio che ci si salva, ma remando tutti nella stessa direzione».

Sin dall’inizio del suo episcopato a Catanzaro, nel 2011, ha prestato attenzione alle necessità e ai bisogni delle fasce più povere della popolazione. Il messaggio liberante di colui che ricolma “di beni gli affamati” e rimanda “i ricchi a mani vuote”, come preghiamo nel Magnificat, è una promessa utopica o è un programma, anche politico, da attuare nella nostra città?

«A mio parere, deve essere la base dell’agire politico, ad ogni livello ed ovviamente in un’ottica più ampia, che riguardi Catanzaro, ma si estenda a tutta la Calabria ed al resto del Meridione e del Paese, dal momento che miseria e povertà dilagano ovunque, anche se dalle nostre parti si avvertono maggiormente. Ecco, allora, dove nasce – in occasione delle recenti celebrazioni in onore di San Vitaliano – il mio invito all’intera classe dirigente ed imprenditoriale ad essere lungimirante: il santo Patrono aveva accettato il suo ministero come servizio, sopportando sacrifici, falsità, ingiurie e minacce di morte, esclusivamente per tutelare il bene e la pace del popolo. Col suo esempio ci invita tutti a mettere da parte i nostri interessi e ad impegnare tempo e forze per il bene della cittadinanza. Ma non si può, non si deve, delegare soltanto al potere politico e amministrativo la progettazione del futuro: ogni cittadino, ogni imprenditore e ogni abitante del “corpo sociale”, si senta civicamente coinvolto, s’impegni  con gli altri a realizzare i progetti, ma soprattutto, dopo aver confrontato i propri obiettivi con il sogno  che Dio stesso ha sulle città, sui popoli, sui territori e le comunità. Insomma: “Sui tumuli il piede, ne’ cieli lo sguardo”».

Oltre ad essere Arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, è presidente della Conferenza Episcopale Calabra. Qual è il ruolo che la nostra città potrebbe assumere per l’intera regione, in un periodo in cui sembra aver perso la sua funzione di guida, come capoluogo?

«Nell’era della globalizzazione i punti di riferimento d’un tempo sono venuti meno, ed anche le città si sono ritrovate ad essere, in molti casi, mere espressioni geo-amministrative. Questo non riguarda solo Catanzaro, però la tocca, imponendo una riflessione: si diventa esempi se ci si fortifica nelle virtù, in ogni ambito spirituale, politico, imprenditoriale, istituzionale. Ecco: credo che Catanzaro pur possedendo le potenzialità per essere virtuosa, preferisca non esserlo per pigrizia, perché limitarsi a navigare sul pelo dell’acqua è più conveniente che sfidare le onde burrascose. Come se qualcuno o qualcosa la frenasse. Ma senza coraggio non si va lontano, ed è questo un limite ancor più grande!».

Spesso nell’attività pastorale addita il senso di responsabilità per realizzare il bene comune. In particolare, ai cattolici chiede un impegno maturo nelle istituzioni. In quali forme oggi i cattolici possono offrire il loro contributo e qual è lo specifico della loro azione politica?

«Il nostro è un tempo di paure, di dubbi che provengono da un mondo vecchio (che non c’è più) e da uno nuovo che ancora non si vede. Troppo spesso la politica, e non solo essa, diventa strumento per difendere interessi di parte, scenario di contrapposizioni nocive, perché non portano a soluzione i reali problemi della comunità civile, né mirano a cercare il bene comune. Scriveva Cesare Pavese: “Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva e arriverò”. Ecco: in un momento in cui sembrano rilevanti sempre e soltanto l’economia, la finanza e la capacità di consumo, tracciare la rotta che consenta di approdare ai valori fondamentali della vita umana significa approdare sull’agognata altra riva. I cattolici sono chiamati non a restarsene alla finestra, ma a tornare in campo per armonizzare diritti e doveri. Perché è giusto che lo facciano? Per l’affermazione del bene comune, ed anche per dar vita ad un nuovo modello politico, misurato sulla sobrietà dello stile di vita, sulla generosità e la costanza nell’impegno, la fedeltà a valori ed idee, cioè un po’ quello che manca da tempo e di cui si avverte un grande bisogno».

Da Catanzaro, come da tutto il Meridione, i giovani vanno via, raggiungono il Nord dell’Italia o addirittura dell’Europa, per studio o per lavoro. I nostri territori stanno perdendo le risorse migliori. La Chiesa universale in un recente Sinodo si è interrogata sui giovani. Che cosa dice a loro e su di loro un Pastore del Sud?

«Nel Meridione più che altrove, i giovani avvertono il fardello della “zizzania”, che si presenta ora sotto forma di mafia, ora di corruzione, ora di mancanza di etica e di legalità. Sarà possibile cambiare solo se ogni giovane accetterà di leggere in altro modo il libro della propria vita, cercando la pagina dove il suo ego diventa linfa vitale di una comunità nuova. In ciò sono essenziali, il loro coraggio ed il fermento culturale di cui sono portatori. Trovino la forza di cambiare il mondo: quelli che non “frequentano” la politica, si mettano al servizio di un’etica fondata su coraggio, senso del dovere, onestà. Sostengano la giustizia, non si pieghino ai ricatti ed alle intimidazioni, come molti adulti. Quanto a noi adulti facciamo arrivare loro il grido accorato di papa Francesco: “Non lasciare che ti rubino la speranza e la gioia, che ti narcotizzino per usarti come schiavo dei loro interessi. Osa essere di più, perché il tuo essere è più importante di ogni altra cosa. Non hai bisogno di possedere o di apparire. Puoi arrivare ad essere ciò che Dio, il tuo Creatore, sa che tu sei, se riconosci che sei chiamato a molto».

Con il suo arrivo nella nostra regione, nel 2007 come Vescovo a Cassano, la questione del rapporto tra religiosità popolare e mafia diventa centrale per la Chiesa calabrese. In tale contesto, si inserisce la scomunica ai mafiosi di papa Francesco del 2014, pronunciata proprio dalla Piana di Sibari. A Lei si deve anche il riconoscimento del martirio e, quindi, della beatificazione di don Pino Puglisi. Quanto ancora c’è da lavorare per liberare i nostri territori dalle mafie?

«Molto è stato fatto, negli ultimi anni, nell’ambito della coscientizzazione e dell’acquisizione della consapevolezza del fenomeno e della sua portata. Puglisi ha segnato uno spartiacque in questo senso: con la sua beatificazione cadono una volta per tutte alibi ed equivoci e si attesta, in maniera irreversibile, il contrasto netto e radicale tra mafia e Parola di Dio. Quando scimmiottano il Vangelo, le cosche lo fanno per ammantarsi di religiosità ed accrescersi il consenso popolare. Il grande inganno è stato svelato, ma resta molto da lavorare, quanto a testimonianza. Perché Puglisi ci insegna anche questo: non la teoria, non le parole cambiano gli uomini, ma l’esempio e l’impegno quotidiani. Ed in un mondo in cui l’avere e l’apparire hanno gioco facile nel prevalere sull’essere, c’è ne vuole per giungere ad un cambiamento davvero reale, e non di gattopardesca facciata».

Un’ultima domanda che sta davvero a cuore ai catanzaresi: quando finalmente potranno ritrovare la loro Cattedrale aperta al culto?

«Purtroppo, si prospettano tempi lunghi (non avrò la fortuna di rivederla aperta). Dall’apposito fondo, abbiamo ottenuto dalla Regione oltre due milioni e 600 mila di euro e 500 mila euro dal Mibac. Purtroppo non saranno sufficienti a completare l’opera, ma restano uno stanziamento importante, di cui ringrazio il Presidente della giunta regionale, per aver accolto i nostri appelli e confido in un suo ulteriore impegno. L’attesa deriva dalla necessità di esperire tutte le procedure che la legge prescrive: i tecnici mi dicono che da qualche giorno sono iniziate le verifiche sismiche ed idrogeologiche, propedeutiche alla progettazione esecutiva sulla base della quale si procederà all’aggiudicazione dei lavori e quindi all’esecuzione degli stessi. Insomma, serviranno anni, e mi auguro che le istituzioni e la società civile assumano il compito di vigilare perché  non si abbiano incidenti di percorso ed altri ritardi. Personalmente, guardo con fiducia e speranza a quanto fatto, dato che l’essenziale è conservare alle prossime generazioni ed a lungo un luogo di culto di inestimabile valore architettonico e spirituale: gli uomini passano, la fede e le opere restano».

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