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Lucia Quattrocchi

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CATANZARO – Sapevate che il suono della zampogna un tempo accompagnava gli sposi all’uscita della chiesa perché considerato di buon auspicio?

Ce lo ha raccontato Lucia Quattrocchi, unica donna zampognara della Calabria, napoletana di origini trasferitasi a Vibo Valentia vent’anni fa. L’abbiamo incontrata a Soverato durante il primo raduno regionale della zampogna (GUARDA IN FONDO ALL’ARTICOLO LA SUA ESIBIZIONE), che ha fatto rivivere il suono antico delle melodie di tradizione natalizia per le vie della cittadina del catanzarese, suonate da oltre cinquanta maestri zampognari.

L’intervista a Lucia Quattrocchi

Come è nato l’amore per questo strumento?
«Da bambina rimanevo affascinata dagli zampognari che ogni anno passavano da casa di mia madre nel periodo che precedeva il Natale. Mi piaceva tanto il suono della zampogna, quando da grande ebbi modo di riascoltarlo, non potei fare a meno di comprarne una. La prima volta che provai a suonarla svenni perché andai in iperventilazione, ma ciò che appassiona non è mai troppo difficile, così imparai ben presto le tecniche di emissione dei suoni, e adesso finalmente la padroneggio.

Quella che tiene in braccio è la sua prima zampogna?
«Ne possiedo tre, quest’ultima che considero la migliore è una “romana”, realizzata dai maestri artigiani calabresi con tutti i criteri di costruzione di una zampogna di cento anni fa, con le ance e il boccaglio in canna di bambù, l’otre di pecora e il legno di erica di cui sono ricche le nostre brughiere, il timbro così prende naturalezza e diventa più pastoso, più caloroso, più “natalizio”.

Lei suona solo nel periodo di Natale?
«Io la suono sempre! Tra l’altro una volta si usava suonarla ai matrimoni perché era benaugurante per gli sposi, si dice che le note della zampogna “portavano bene” alla nuova famiglia, ricordando quelli della famiglia del presepe. Ciascuna canna infatti riproduce il suono dei personaggi della grotta: il bue, l’asinello, la Madonna, San Giuseppe e c’è pure il pianto del Bambinello, che lo fa la canna più piccolina. Il suono della zampogna è quello dell’appartenenza di ciascuno di noi al creato, è l’alito di Dio».

Cosa intende per “alito di Dio”?
«Si narra che quando nacque Gesù, i pastori furono i primi ad andare a rendergli omaggio portando con loro le zampogne. Quando arrivarono alla grotta si chinarono per salutarlo, il bambinello respirò e un po’ di quel soffio si dice che lo prese uno zampognaro, lo mise nella sua strumento e suonando lo respirò anch’esso. La zampogna è considerata anche un segno di pace, di luce, di vita e di dono: nell’aria dello zampognaro c’è la presenza di Dio perché lo zampognaro respirò il respiro di Dio».

Che significa oggi essere una zampognara?
«Mi riempie di orgoglio. Mi sento portavoce di un mondo meraviglioso che ancora resiste grazie alla maestria dei nostri artigiani. L’arte zampognara comprende tutti gli strumenti tradizionali calabresi, il tamburello, la lira calabrese, l’organetto, la pipita e la zampogna, appunto: è un’etnia sonora di cui andare fieri, che bisogna voler recuperare, questa dimensione musicale ce la invidia tutto il mondo… noi facciamo tanti sacrifici, suoniamo esposti alla pioggia, al freddo, all’umidità, ma siamo felici di farlo, siamo portatori di sorrisi, di ricordi e della meraviglia dei bambini».

L’ESIBIZIONE DI LUCIA QUATTROCCHI UNICA DONNA ZAMPOGNARA DI CALABRIA

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