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Per il giudice Barbara Saccà la città a poca distanza da Cosenza è caratterizzata «da un bassissimo livello culturale e di degrado sociale». Dura la replica del primo cittadino

BISIGNANO (COSENZA) – «Piccolo centro della Calabria caratterizzato da un bassissimo livello culturale e di degrado sociale». Sono le parole messe in fila due giorni fa dal giudice Barbara Saccà, il gip distrettuale di Catanzaro che ha firmato l’ordinanza di arresto dei tre presunti orchi di Bisignano, accusati di aver intrattenuto rapporti sessuali a pagamento con ragazzini di 13 e 15 anni.

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Un incubo per la città del beato Umile, diventato da poco santo, che oltre allo scandalo deve fare i conti oggi con il giudizio impietoso dei magistrati e con un’accusa suppletiva. Non a caso, secondo la Saccà, «quei fatti così scabrosi erano ben noti ai compaesani degli indagati». Tutti sapevano, dunque, ma nessuno ha denunciato.

Un teorema confutato da chi Bisignano è chiamata a rappresentarla ogni giorno in prima persona. Parliamo di Umile Bisignano (nella foto), cognome da predestinato, tornato in carica da un po’ di tempo dopo un valzer di interdizioni dalla carica, frutto di una condanna per concussione.

 

«Nei mesi pari mi sospendono e nei dispari mi reintegrano», si schernisce prima che il discorso si faccia serio, anzi truce. «Quel gip è come i magistrati che mi hanno condannato» sibila senza nascondere disappunto, sia per la sua vicenda giudiziaria che per il recente fattaccio di cronaca.

«Saccà si è fatta un’idea sbagliata della nostra comunità. Bisignano è la terra di Sant’Umile e dei liutai De Bonis; qui si producono vini apprezzati in tutta Europa, altro che basso livello culturale. Mi riprometto di invitarla a visitare il paese e in quell’occasione la omaggerò con un bel carico di libri. Ciò non toglie che le sue parole sono semplicemente vergognose».

A suo avviso nessun bisignanese era al corrente dei particolari torbidi di questa faccenda, tant’è che proprio l’onore violato dei suoi concittadini è ora il primo pensiero che lo tormenta. «I più schifati di tutti siamo proprio noi, e ci tuteleremo in tutte le sedi, partendo dalla costituzione a parte civile del Municipio. Se è vero che hanno fatto quelle cose, devono condannarli all’ergastolo». Le vittime sono dei minori plagiati dalla prospettiva di soldi facili in cambio di sesso con uomini adulti. Dettaglio sinistro: i compensi pattuiti coprivano le spese delle sigarette, di una ricarica telefonica o, al più, di uno spinello. Che si sia aperto un buco, dunque, nella rete di protezione attorno a questi ragazzini, è un dato pacifico.

«Le forze dell’ordine avrebbero dovuto sapere» commenta il sindaco, anche se non ne escono bene pure i servizi sociali del paese. «Questa storia ha colto tutti di sorpresa». E c’è poi la scuola. Anche lì, qualcuno doveva e poteva sapere. «Ho parlato con la dirigente – spiega Bisignano – Anche loro ignoravano la reale entità del problema, ma s’erano accorti di qualcosa che non andava nei comportamenti di uno dei ragazzi. Hanno provato a contattare la famiglia, ma la mamma avrebbe detto loro di non immischiarsi».

Brutta storia sì, peraltro ambientata ai margini dell’umanità, sia in termini logistici che sociali. La periferia di Bisignano ha nella parrocchia di San Tommaso il capisaldo che fa da totem e da meridiana per i residenti. Il parroco è don Armando Vena, oggi ottantenne, a Bisignano da cinque lustri. Anche lui è colto di sorpresa, ma non perde l’affabilità tipica del curato di campagna. «In questo mondo tutto è possibile. A volte emergono delle realtà nascoste che nessuno può immaginare». Quei tre finiti agli arresti – due in carcere e uno ai domiciliari – li conosce abbastanza bene; a volte li vedeva pure a messa la domenica mattina. «Bisognava essere più attenti: la scuola, i servizi sociali».

Sconcerto, rabbia, indignazione; i cittadini di Bisignano si risvegliano così. I loro sensi di colpa sono anche i nostri.

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