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Giuseppe Cirò e Mario Occhiuto ai tempi in cui la loro amicizia era solida

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COSENZA – «La mia unica colpa è quella di essermi fidato di lui». È un passaggio delle dichiarazioni rese ieri al pm Giuseppe Visconti da Mario Occhiuto, indagato per una serie di falsi e peculati in concorso con il suo ex segretario Giuseppe Cirò. È proprio quest’ultimo il «lui» evocato dal sindaco che, nel 2017, denunciò l’ammanco dalle casse comunale di poco più di ottantamila euro, puntando proprio il dito contro Cirò a suo dire reo di aver prelevato quei soldi nell’arco di tre anni in qualità di rimborsi per spese istituzionali del primo cittadino – biglietti aerei, cene e alberghi – in realtà mai svolti.

Se anche Occhiuto però si trova sull’orlo del rinvio a giudizio – le indagini preliminari sono state chiuse di recente – lo si deve proprio al contrattacco dell’ex segretario che sostiene di non aver intascato quei soldi, ma di averli consegnati di volta in volta al suo datore di lavoro, prospettando così l’esistenza di un accordo illecito tra lui e il sindaco.

È rispetto a questa accusa che ieri Occhiuto ha chiesto di essere sentito dal magistrato che si occupa del caso, difendendosi su tutta la linea. L’architetto ha spiegato di non conoscere neanche i funzionari dell’Economato di Palazzo dei Bruzi – due di loro sono finiti pure sotto inchiesta – e di aver sempre separato le sue spese istituzionali da quelle personali, ottemperando di tasca propria a quest’ultime. Ha provato a chiarire anche alcune discrasie rilevate dalla guardia di finanza sulle fatture incriminate, ribadendo di aver agito sempre «nella legalità». Dulcis in fundo, ritiene che Cirò che sia stato strumentalizzato dai suoi «oppositori politici», dal senatore Nicola Morra in primis.

A margine dell’interrogatorio, ha presentato anche una seconda querela per calunnia contro il suo accusatore. «Riteniamo di aver chiarito tutti gli aspetti della vicenda per quanto riguarda la posizione del sindaco» ha affermato il suo difensore Nicola Carratelli al termine dell’interrogatorio durato più di un’ora. «Qui c’è un solo responsabile» ha aggiunto l’avvocato, ma è proprio su questo che sarà chiamata ora a esprimersi la Procura.

Sono ormai trascorsi, infatti, i venti giorni canonici che separano la chiusura delle indagini dalla richiesta di rinvio a giudizio o di archiviazione delle persone coinvolte e, a questo punto, si è in attesa delle determinazioni di Visconti.

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