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Giuseppe Cirò e Mario Occhiuto

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COSENZA – Metterli di nuovo insieme nella stessa stanza era considerata impresa impossibile, ma la Giustizia c’è riuscita. Loro malgrado. Mario Occhiuto e Giuseppe Cirò si sono ritrovati ieri nella stessa aula di tribunale a condividere le accuse di truffa e peculato per via di quei soldi – circa ottantamila euro – sottratti in quattro anni alle casse comunali dall’allora segretario del sindaco.

Una vicenda che ha segnato la fine della loro amicizia innescando una serie di accuse incrociate che ha finito per trascinarli entrambi a giudizio. In occasione della prima udienza hanno scelto entrambi di esserci e di rispondere «presente» all’appello del giudice. Da imputati.

Non si sono scambiati neanche uno sguardo e hanno incassato in silenzio l’ingresso sulla scena del Municipio, entità un tempo benigna per entrambi, ma che ieri si è costituita parte civile contro di loro per il tramite dell’avvocato Nicola Rendace. Il rinvio dei lavori al 28 gennaio ha posto fine all’udienza ma anche alla loro rimpatriata triste. Che difficilmente avrà un seguito.

Occhiuto e Cirò, infatti, hanno adottato scelte processuali differenti: l’ex sindaco, difeso dall’avvocato Nicola Carratelli, ha optato per il giudizio abbreviato, mentre l’altro – assistito dall’avvocato Francesco Chiaia – si appresta ad affrontare il dibattimento, eventualità con cui in caso di rinvio a giudizio dovranno confrontarsi anche gli altri due imputati di questa vicenda, gli ex funzionari comunali Bruno Palermo e Ada Francesco Federico.

Erano loro, infatti, in tempi diversi, i responsabili dell’Economato del Comune, l’ufficio che fra il 2013 e il 2016 ha erogato al primo cittadino e al suo collaboratore dell’epoca gli ormai famigerati rimborsi per viaggi istituzionali che, in realtà, non sarebbero mai avvenuti. Era stato proprio l’architetto-sindaco ad accendere i riflettori giudiziari sulla vicenda a marzo del 2017: prima con il licenziamento improvviso del suo segretario e poi con la denuncia presentata contro di lui, accusandolo di aver fatto la cresta su quelle trasferte con spese gonfiate o inventate di sana pianta.

Un anno e mezzo dopo, quella scelta gli si è ritorta contro. Cirò, infatti, ha ammesso di aver intascato quei rimborsi, aggiungendo però di aver consegnato di volta in volta il denaro al sindaco. Quest’ultimo, a suo dire, gli aveva chiesto di procurargli denaro per le sue spese correnti e lui, per tutta risposta, si sarebbe ingegnato in quel modo. Occhiuto nega e si professa innocente, ma questo ormai è un tema del processo che riguarda anche lui. La Federico è difesa dall’avvocato Mario Ossequio mentre Palermo è assistito dai legali Walter Perrotta e Paolo Guadagnolo.

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