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L'auto di Lisa Gabriele

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HA lottato prima di essere sopraffatta dal suo assassino. E i segni di quell’ultima e disperata difesa sono ancora visibili sulle sue mani, quindici anni dopo. È uno dei particolari emersi a seguito della nuova autopsia eseguita sui resti di Lisa Gabriele, la ventiduenne uccisa il 9 gennaio del 2005, vittima di un delitto a tutt’oggi impunito. La nuova inchiesta aperta di recente è culminata lo scorso novembre nella riesumazione della salma e, tra i vari accertamenti eseguiti, c’è anche quello relativo alla ricerca di tracce da associare alle cause della sua morte, avvenuta per soffocamento.

E così sono saltate fuori quelle ferite su una mano che neanche la precedente autopsia, effettuata nell’immediatezza, era riuscita a individuare, ma che rappresentano oggi un ulteriore indizio su cui lavorare per giungere, finalmente, all’individuazione dei responsabili. Da alcuni mesi, infatti, la Procura di Cosenza ha ripreso a indagare sulla vicenda anche sulla scorta di una lettera anonima pervenuta all’ufficio guidato da Mario Spagnuolo che indica l’assassino della ragazza in un poliziotto che aveva una relazione con lei. La verità, però, potrebbe essere molto più complessa giacché rimanda a una sorta di cospirazione in cui sarebbero coinvolte più persone, le stesse che all’epoca dei fatti tentano di far passare la sua morte come un suicidio, eventualità che già a seguito dell’autopsia si rivela una messinscena.

Emerge, infatti, che Lisa è stata uccisa, soffocata con un cuscino, ma le successive indagini non riescono a chiudere il cerchio sui responsabili. Ora, però, i nuovi accertamenti sulla salma puntano proprio a individuare tracce biologiche utili a incastrarli. All’epoca, il suo corpo viene trovato in una zona di montagna poco distante da Rose, ma in territorio della vicina Montalto Uffugo. In località Manca Gallina c’è una radura utilizzata per pic-nic improvvisati; ed è poco distante da lì che la notte del 9 gennaio del 2005, un passante nota una Fiat 500 parcheggiata sul ciglio della strada e il corpo di una ragazza distesa per terra. È bionda, bellissima, ma è morta. Nell’abitacolo ci sono due bottiglie di whiskey e una scatola di antidepressivi, un cocktail micidiale che sembra abbia assunto prima di scendere dall’auto, fare pochi passi e stramazzare al suolo. Due mesi dopo, però, arrivano i risultati dell’esame autoptico che ribalta il quadro a tal punto che, secondo i medici legali, la povera Lisa non sarebbe neanche morta lì dove è stata trovata.

Qualcuno l’ha uccisa altrove e poi ha caricato il corpo in auto per portarla tra i monti, inscenando quella macabra commedia. L’assassino potrebbe aver agito da solo, ma qualcuno deve averlo aiutato almeno nella fase di spostamento del cadavere e della successiva messinscena. E non solo: gli investigatori rilevano delle tracce di dna su una delle bottiglie e su alcune cicche repertate sulla scena del crimine. L’identificazione del killer sembra ormai imminente, e invece, da quel momento in poi, le indagini non fanno registrare avanzamenti di rilievo. Chi ha ucciso Lisa riesce a farla franca e, nonostante la macchinazione grossolana ordita per depistare le indagini, non deve essere così sprovveduto perché riesce incredibilmente a mantenere l’anonimato. L’attenzione sulla vicenda comincia a calare e il caso finisce in archivio per mancata identificazione dei colpevoli. Resterà lì per il decennio successivo, prima della recente svolta, impensabile fino a qualche mese prima.

L’inchiesta, che a breve potrebbe riservare ulteriori sorprese, è coordinata dal pm Antonio Bruno Tridico. I familiari di Lisa Gabriele, che seguono il caso anche per il tramite dei loro consulenti medico-legali, sono rappresentati dall’avvocato Nunzia Paese.

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