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Il corpo di Francesco Elia trasportato in obitorio

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CASSANO ALLO IONIO (COSENZA) – Un omicidio eseguito per vendicare una colpa antica. O per punire uno sgarbo più recente. Le indagini sull’uccisione di Francesco Elia, trucidato 48 ore fa a Cassano (Cs) a colpi di kalashnikov (LEGGI), si muovono a cavallo tra il passato e il presente della vittima. Non a caso, pur avendo avuto un legame nel decennio scorso con uno dei gruppi di ‘ndrangheta della zona – quello dei Forastefano – l’imprenditore agricolo si era poi rivoltato contro di loro, accusandoli nel processo – nome in codice “Omnia” – nel quale lui stesso era rimasto coinvolto. Anche le sue dichiarazioni, seppur non determinanti come quelle di altri collaboratori di giustizia veri e propri, erano state poi valorizzate dai giudici, specie in fase d’Appello, per motivare alcune condanne di peso nell’ambito di quel procedimento antimafia.

Un possibile movente, dunque, e le indagini si muovono anche su questa direttrice, tenendo conto però di un ulteriore aspetto. Nei primi anni del Duemila, infatti, Elia finisce nelle spire dei Forastefano perché la sua cooperativa agricola dell’epoca – denominata proprio “Omnia” – subisce una serie di danneggiamenti finalizzati a convincere lui e gli altri soci, peraltro suoi familiari, a far infiltrare la cosca nell’attività produttiva. Cosa che in effetti avviene a partire dal 2004 e prosegue fino agli arresti dell’operazione “Omnia” e alla successiva ribellione di Elia.

Il sospetto, ora, è che la storia possa essersi ripetuta, e che l’epilogo tragico di contrada Caccianuova sia da ricollegare ad altre e più recenti intimidazioni a scapito dell’azienda agricola della vittima. Ancora una volta, dunque, lo sfortunato quarantenne potrebbe essersi messo di traverso, pagando con la vita la colpa di aver ostacolato l’espansione economica delle cosche locali. Di chi in particolare? Per associare una risposta a questo interrogativo, gli inquirenti dovranno riuscire a decifrare l’attuale assetto criminale della Sibaritide, un territorio che a partire dal 1990 è interessato, senza soluzione di continuità, da cruente guerre di mafia.

L’ultima in ordine di tempo vede contrapposti proprio gli italiani, ovvero i Forastefano, al clan degli zingari, ma è interrotta da due inchieste – “Lauro” e la stessa “Omnia” – che, nell’arco di u triennio, fra il 2003 e il 2006, scompaginano ambedue le consorterie. Segue un lungo periodo di tregua apparente, prima che la Direzione nazionale antimafia dia conto, dei rinnovati fermenti criminali che, già a partire dal 2018 interessano la costa jonica cosentina. Non a caso, nelle sue ultime relazioni annuali, la Dna paventa l’ingresso in scena di nuovi boss locali che, superate le conflittualità del passato, operano per l’instaurazione di un nuovo ordine criminale.

Tali sospetti prendono corpo quando il sangue ricomincia a scorrere nella Sibaritide. A cadere, in rapida successione, sono vecchi padrini del calibro di Leonardo Portoraro e aspiranti capi come Pietro Longobucco e Pietro Greco unitamente a un paio di sparizioni misteriose, probabili casi di lupara bianca. Un bilancio luttuoso che non sembra rimandare, però, all’elenco dei caduti di un’ennesima guerra di mafia, bensì a una strategia di consolidamento del nuovo assetto ‘ndranghetistico attraverso una serie di esecuzioni mirate. Il sospetto è che la decisione di uccidere Francesco Elia maturi proprio in tale contesto, ma che c’entri poco o nulla con questioni di regolamenti di conti interni alla malavita.

Il fatto che suo padre Alfredo Elia – ucciso nel 1992 – sia stato un influente boss cassanese, rappresenta solo un dettaglio ininfluente, dato che il quarantenne era distante anni luce da quell’ambiente. Un collegamento, semmai, potrebbe essere operato (azzardato) con la morte di Francesco Romano, altra vittima dei kalashnikov e anche lui imprenditore agricolo, ma è solo l’ultimo di una serie di enigmi collegati che, messi a sistema, rappresentano la sciarada tragica di contrada Caccianuova. Oggi, intanto, è il giorno dell’autopsia.

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