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COSENZA – I finanzieri del comando provinciale di Cosenza hanno dato esecuzione a un’ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa dal gip di Castrovillari, Carmen Maria Raffaella Ciarcia, su richiesta del sostituto procuratore Luca Primicerio sotto il coordinamento del procuratore facente funzioni Simona Manera, a carico di 16 persone (di cui 9 in carcere e 7 agli arresti domiciliari), indagate, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alle turbative d’asta, corruzione in atti giudiziari, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio nelle vendite giudiziarie.

In carcere sono finiti: Giuseppe Andrea Zangaro, Giorgio Alfonso Le Pera, Carmine Placonà, Alfonso Cesare Petrone, Luisa Faillace, Giovanni Romano, Carlo Cardile, Carlo Plastina e Antonio Guarino. Ai domiciliari invece sono stati assegnati: Francesca De Simone, Antonio Aspirante, Vincenzo Anania, Patrizia Stella, Alfredo Romanello, Luigina Maria Caruso e Rocco Guarino.

I provvedimenti riguardano imprenditori e pubblici dipendenti operanti nel distretto giudiziario di Castrovillari. Il mercato truccato riguarderebbe dei beni posti all’asta nell’area di Corigliano-Rossano. Tra questi nove professionisti, tra avvocati e commercialisti e un 55enne, residente a Cassano all’Ionio, con precedenti e coinvolto in un’operazione della Dda di Catanzaro contro la ‘Ndrina Forastefano, il quale avrebbe minacciato soggetti interessati alle aste ottenendo la loro rinuncia alla partecipazione.

In particolare, secondo quanto emerso, le indagini avrebbero consentito di ricostruire un meccanismo in grado di permettere l’assegnazione di beni messi all’asta previo pagamento di somme di danaro a chi gestiva le aggiudicazioni.

Le indagini, avviate nel 2017, hanno portato alla luce un sistema sommerso tra l’organizzazione con a capo un dipendente dell’Ufficio del Giudice di Pace di Corigliano e vari professionisti delegati alle vendite che, in spregio alla funzione di «pubblici ufficiali», hanno collusivamente gestito le aste giudiziarie in favore dei «clienti» dell’organizzazione in cambio di una dazione di denaro.

Una delle principali modalità adottate dai sodali per utilizzare notizie coperte dal segreto d’ufficio, è consistita nell’ottenere, tramite curatori fallimentari compiacenti o professionisti delegati, la possibilità (prevista dalle modalità di funzionamento del sistema delle aste telematiche) di consultare anzitempo i bonifici cauzionali accreditati dai soggetti interessati all’asta sul conto della procedura, così venendo a conoscenza delle offerte che sarebbero state presentate e dei nominativi degli offerenti, in modo da poterli poi avvicinare con l’intento di raggiungere un illecito accordo, ovvero dissuaderli dal partecipare all’asta.

Fondamentali si sono rivelate le figure di un avvocato procacciatore dei clienti interessati a partecipare alle aste e di un dottore agronomo con il ruolo di individuare fisicamente i terreni oggetto delle procedure esecutive.

«L’attività – ha detto Danilo Nastasi, comandante provinciale della Guardia di finanza di Cosenza – riguarda i cosiddetti colletti bianchi, professionisti che operano nel settore delle vendite giudiziarie. L’organizzazione operava dal 2017 e aveva una struttura gerarchica in grado di pilotare aste pubbliche attraverso l’utilizzo di notizie riservate, che potevano agevolare qualcuno e viceversa dissuadere altri a partecipare all’asta».

L’organizzazione incassava il 3-4% sul valore del bene, mentre 400 euro andavano ai professionisti che istruivano la pratica. Il sodalizio criminale era divenuto centro di raccolta delle informazioni sui soggetti interessati all’acquisto di beni mobili ed immobili messi all’asta anche sotto la forma di “cartello collusivo aperto” come dichiarano gli inquirenti gestendo tali dettagli al fine di condizionare la partecipazione alle aste. Le aste “aggiustate” sono state 48.

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