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Il dottor Daniele Basta

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COSENZA – Gli italiani consumano troppo sodio. In media, il doppio rispetto alle quantità consigliate. E questo è un male, dal momento che una dieta ricca di cibi salati aumenta il rischio che insorgano malattie cardiovascolari. Uno studio, pubblicato alcune settimane fa, suggerisce ora anche un ruolo potenzialmente dannoso del sodio in chi è affetto da Covid-19.

«Un consumo eccessivo può aggravare il quadro infiammatorio in un paziente con Covid-19, perché può influire iperattivando e rendendo più aggressive alcune cellule del sistema immunitario con conseguente danno tissutale» spiega Daniele Basta, biologo nutrizionista cosentino, autore dello studio insieme alla collega Olga Latinovic, ricercatrice dell’Institute of Human Virology, University of Maryland. Il lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Clinical and Laboratory Medicine”, passa in rassegna la letteratura scientifica nell’ambito dell’immunologia molecolare e della virologia con particolare riferimento al ruolo delle cellule T-helper 17, importanti componenti della risposta immunitaria adattativa. Queste cellule difendono l’organismo da potenziali patogeni, proprio come i virus,  ma possono contribuire allo sviluppo di processi infiammatori e danni tissutali.

Diversi studi hanno ad esempio evidenziato come le cellule T-helper 17 siano coinvolte nel danno tissutale di condizioni autoimmuni, come sclerosi multipla, artrite reumatoide, psoriasi e morbo di Crohn. La presenza eccessiva di sodio nell’organismo è in grado di iperattivare queste cellule T-helper 17, aggravando il quadro infiammatorio tipico delle complicazioni a cui possono andare incontro i pazienti affetti da Covid-19.

«L’introito eccessivo di sale – spiega il dottor Daniele Basta – non solo rappresenta un importante fattore di rischio cardiovascolare, ma, come dimostrato dalle emergenti evidenze scientifiche degli ultimi anni, può influire negativamente sul sistema immunitario, alterando anche l’equilibrio omeostatico a livello intestinale, inducendo la produzione e l’iperattivazione di cellule T-helper 17 e aumentando i livelli d’infiammazione in circolo, mediante una produzione elevata della proteina pro-infiammatoria interleuchina-17. La patogenesi delle complicazioni da Covid-19 è tipicamente caratterizzata dalla  sindrome da distress respiratorio acuto con conseguente edema e insufficienza polmonare; lo sviluppo di tali processi di natura infiammatoria – continua Basta – è caratterizzato da una “tempesta citochinica”,  la cosiddetta “cytokine storm” durante la quale il sistema immunitario perde il controllo rivelandosi persino più dannoso del virus stesso. Tale tempesta, coinvolge varie cellule del sistema immunitario, tra cui le cellule T-helper 17, che a loro volta possono essere iperattivate e rese più aggressive dalla presenza eccessiva di sodio».

Quella che Basta e Latinovic presentano è al momento un’ipotesi, che dovrà essere confermata da studi clinici e sperimentali. Tuttavia «le evidenze scientifiche ad oggi lasciano ipotizzare come un  regime alimentare ad elevato tenore di sodio possa aggravare il quadro proinfiammatorio tipico del Covid-19 – spiega il nutrizionista – Considerato che un italiano introduce mediamente circa il doppio delle quantità di sodio raccomandate, risulta quindi fondamentale correggere le proprie abitudini alimentari, limitandone l’introito mediante una riduzione del consumo di cibi processati, salumi, formaggi e prodotti in scatola».

Cambiare dieta, in questo caso, potrebbe aiutare l’organismo a reagire meglio “sotto attacco” del virus, nel caso di un contagio.

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