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La preparazione di un tampone

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COSENZA – È più facile trovare un ago in un pagliaio o riuscire nell’impresa di contattare l’Asp e prenotare un tampone molecolare? Sulla risposta alla domanda, R. non ha dubbi: la prima. Del resto, che il tracciamento dei positivi sia andato ormai da tempo a gambe all’aria non è un mistero.

La sua odissea personale ha inizio il 18 dicembre scorso quando un amico, col quale è stato in contatto, gli comunica di aver contratto il Covid. Si reca quindi dritto in farmacia per effettuare subito un test rapido che dà esito positivo.

«Mi sono messo immediatamente in isolamento – racconta R., che vive e lavora nella città bruzia -, ed ho provato a chiamare l’Asp per denunciare la mia positività e richiedere un tampone molecolare. Ho contattato tutti i numeri riportati sul sito, l’Usca, la Protezione civile, ho mandato svariate mail, compilato dei form online: nulla. Non ho ricevuto alcuna risposta: Ho atteso 24 minuti, più di una volta, per parlare con un operatore ma era sempre occupato (per carità, capisco che ci sia gente in coda) e a un certo punto la linea andava giù. È dal 20 dicembre che non riesco a rintracciare nessuno. Così, dopo diversi tentativi andati a vuoto, ho pensato che l’unica soluzione fosse chiamare i carabinieri: mi è stato detto che loro non possono far nulla perché i provvedimenti di quarantena passano esclusivamente dall’Asp. Allora ho tentato con i Vigili: stessa risposta».

Insomma, una storia che ha del rocambolesco: «Dopo che nemmeno dall’ospedale ho ricevuto le informazioni che cercavo – continua R. – mi sono rivolto, in extrema ratio, al mio medico di famiglia. È stato lui, tramite conoscenze personali, a mettermi in contatto con un operatore dell’Usca, che mi ha fissato un appuntamento per il 3 gennaio prossimo. La cosa che mi fa stare più male è che si debba ricorrere a questi metodi per avere qualcosa che ci spetta per diritto. E chissà quante altre persone si trovano nella mia stessa situazione! È da due anni che conviviamo col virus – afferma, infine -, ma dopo due anni siamo ancora al punto in cui c’è da avere più paura della burocrazia che del virus stesso».

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