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Klaus Algeri

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COSENZA – L’ultimo Dpcm licenziato dal Governo ha scatenato una vera levata di scudi da parte di un’intera, e vasta, categoria. Sono tantissimi quelli che contestano questa visione governativa del virus a cui piace trattarsi bene, fare il signore ai ristoranti, tenersi in forma in piscine e palestre e alzare il gomito la sera…

Proteste che in alcuni casi sono sfociate in disordini come a Napoli e che si sono diffuse a macchia d’olio in tutto il Paese, Calabria compresa, al punto che qualcuno dice che è a rischio la tenuta sociale. Ma quanto vale il settore della ristorazione con il suo indotto in Calabria? Lo abbiamo chiesto a Klaus Algieri, presidente regionale di Confcommercio.

«I numeri sono importanti – ci dice Algieri – Questi settori complessivamente rappresentano l’8% (18.175) delle localizzazioni di impresa attive in Calabria (che risultano essere 220.055) e impiegano il 10% (38.364) degli addetti complessivi (378.882). In Calabria, i pubblici esercizi attivi sono poco più di 15mila, una quota non indifferente sul totale delle imprese attive, questo fa capire come si tratti di un settore strategico del nostro tessuto economico».

Avete stimato le perdite causate dalla chiusura forzata alle 18?

«L’attenuarsi dell’emergenza nei mesi estivi aveva dato una boccata di ossigeno al mondo dei pubblici esercizi, ma questo nuovo provvedimento rischia di lasciare un segno pesante. Con i nuovi provvedimenti si stima una contrazione dei consumi compresa tra il 26,5% e il 32,6% che si tradurrà in una riduzione del fatturato superiore al 40% rispetto allo scorso anno».

Questo solo per il settore e per l’indotto?

«Cosa ancora più preoccupante è l’impatto che la chiusura comporta sull’intero indotto che rappresenta il 21% del tessuto economico complessivo della regione (45.348 localizzazioni) e impiega complessivamente 80.939 addetti (il 21% del totale)».

Numeri davvero pesanti, ma di fronte alla recrudescenza del virus…

«Guardi capisco il problema della salute, ma sinceramente non credo che il virus si possa frenare in questo modo. Mi sembra piuttosto un accanimento verso un settore fondamentale per la nostra economia».

Addirittura, perché?

«Se bar e ristoranti non rispettano le misure di sicurezza è giusto che vengano chiusi. Ma imporre la chiusura alle 18 per tutti indistintamente significa distruggere un’intera categoria, senza vantaggi per la collettività. Tuttalpiù significa ammettere di non essere in grado di fare i controlli. Le aggiungo che mi pare irrazionale consentire di tenere aperto a pranzo e chiudere a cena».

Perché?

«Perché di solito chi va a pranzo fuori è gente in pausa dal lavoro, che ha poco tempo per mangiare. In un’ora il turn over di clienti è altissimo. La sera invece si fa al ristorante per svagarsi e uno se la prende più comoda. Il numero di coperti a parità di arco temporale è sicuramente inferiore. Ma poi come si fa a dire ad imprenditori che hanno investito per la sicurezza (distanze, plexiglas, mascherine, sanificazioni, igienizzante) adesso chiudete? Siamo sicuri che i problemi quindi siano i bar e ristoranti, le palestre, le piscine? Oppure i punti critici siano altri come i trasporti pubblici? Nelle città vediamo autobus, treni, metropolitane piene di gente che non rispetta alcun tipo di regola sul distanziamento. È lì che bisogna intervenire e ancora non lo si è fatto. Ma non è tempo di fare polemica, bisogna agire subito abbattendo i cavilli burocratici e garantendo in tempi stretti i sussidi necessari alle imprese che hanno chiuso e ai loro lavoratori per non scomparire».

Questa dei sussidi è un’altra partita aperta: non si sa quando e in che misura verranno erogati…

«Su questo voglio essere chiaro: servono indennizzi proporzionati alle perdite subite per mettere le aziende penalizzate dalla seconda crisi Covid nelle condizioni di superare il crollo di fatturato. Gli imprenditori di questi settori sono persone responsabili: hanno già fatto tanti sacrifici e rispettato tutte le regole e i protocolli sanitari. Ma non sono più in grado di reggere una situazione di questo genere. Basta mortificarli ulteriormente, facciamogli fare il loro lavoro».

Ma le sembra proporzionato questo Dpcm alla situazione calabrese?

«Non trovo giusto che in Calabria, dove la situazione è si di emergenza ma non ai livelli di altre regioni, si debba sottostare alle stesse imposizioni pur essendoci le condizioni per essere più flessibili. È giunto il momento di adottare misure territoriali che tengano conto del livello di contagio in ciascuna regione».

Secondo lei non è stato fatto?

«Mi pare proprio di no. Perché le 18? E’ chiaro che è l’orario dell’aperitivo per i milanesi appena usciti dal lavoro. In Calabria nessuno prende l’aperitivo alle 18, al massimo alle 20. Questo può sembrare un dettaglio ma è la prova che il Dpcm non ha fatto nessuna distinzione territoriale. Sarebbe ora di iniziare a farne».

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